
La Svizzera non ha violato il diritto alla vita familiare negando il permesso di soggiorno e imponendo un divieto d’entrata nella Confederazione della durata di sette anni per un cittadino kosovaro plurirecidivo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), respingendo il ricorso dell’uomo e padre di famiglia. In una decisione pubblicata oggi, la Corte conclude che la giustizia svizzera ha esaminato approfonditamente gli interessi del ricorrente e della sua famiglia rispetto a quelli della società. La Svizzera, considerando i precedenti dell’uomo, non è tenuta a prolungare il suo permesso di soggiorno. È inoltre giustificato anche il divieto d’entrata.
Il cittadino kosovaro era giunto nel 1996 in Svizzera all’età di 20 anni. Aveva presentato una domanda di asilo che gli era però stata rifiutata. L’uomo era tuttavia rimasto illegalmente nella Confederazione e dopo diversi anni aveva sposato una donna pakistana. Nel 2010 era stato riconosciuto colpevole di infrazione alla legge sugli stupefacenti e condannato a una pena di 26 mesi, di cui 20 condizionali. Inoltre, tra il 1999 e 2012 era stato condannato in 18 occasioni tramite decreto d’accusa, oltre ad aver accumulato pesanti debiti.
Secondo la Corte di Strasburgo, il fatto che il ricorrente sia sposato con una donna pakistana residente in Svizzera e che abbiano avuto un figlio non esclude le misure adottate dalla giustizia elvetica. La coppia, ha stabilito la CEDU, ha vissuto insieme solo in maniera sporadica. Inoltre, la donna soffre di schizofrenia e il bambino vive in una famiglia adottiva a causa di disturbi autistici. I giudici di Strasburgo ritengono che il padre possa mantenere i contatti attraverso moderni mezzi di comunicazione e visite occasionali.
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