
La Svizzera respinge le ultime accuse degli Stati Uniti, che propongono dazi aggiuntivi del 12,5% contro la Confederazione e altri paesi per un presunto insufficiente contrasto all'importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Il presidente Guy Parmelin ha ribadito la posizione elvetica oggi a Parigi, durante un incontro con il rappresentante americano per il commercio Jamieson Greer, a margine della conferenza ministeriale dell'OCSE, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Al lavoro per trovare soluzioni
Il 66enne, che è anche ministro dell'economia, ha fatto sapere tramite i social media che «entrambe le parti continueranno a lavorare su soluzioni». E intanto il Dipartimento federale dell'economia (DFE) - guidato dallo stesso Parmelin - ha pure preso posizione, affermando che Berna respinge «veementemente» le accuse. Contro il lavoro forzato - si argomenta nei palazzi della città federale - la Svizzera adotta un approccio globale che combina regolamentazione statale, valutazioni obbligatorie del rischio iniziate dal settore privato e cooperazione internazionale. «Questi approcci differiscono nel metodo, ma non nell'obiettivo e nell'efficacia», spiega il DFE a Keystone-Ats. «L'industria americana non viene danneggiata dalla prassi elvetica».
Proseguono le trattative per un accordo commerciale
Il DFE ha chiarito che i dazi raccomandati non entreranno in vigore immediatamente e che dovrebbero sostituire quelli attuali, in vigore fino al 24 luglio 2026. Intanto le trattative per un accordo commerciale con gli Usa proseguono, tenendo conto degli ultimi sviluppi. Il governo elvetico sta esaminando approfonditamente il rapporto americano discuterà le opzioni d'azione. La Casa Bianca si attende osservazioni sui piani fino al 6 luglio.

