
Dopo anni di soprusi e violenze da parte del marito una donna ha finalmente ottenuto giustizia al Tribunale federale (TF), cui si era dovuta rivolgere per evitare addirittura l’allontanamento dalla Svizzera. La vicenda, emersa da una sentenza del TF del 21 gennaio scorso e pubblicata ieri, ha come protagonisti una 45enne congolese e il suo (ormai) ex marito svizzero, entrambi residenti nel Canton Neuchâtel. I due si erano sposati nel marzo del 2011 e la donna aveva ottenuto un permesso di dimora a titolo di ricongiungimento familiare. La loro unione era durata poco più di due anni e mezzo, un periodo durante il quale la 45enne aveva subìto le più disparate angherie fisiche, psicologiche e sessuali.
Oltre al danno, però, anche la beffa: il 17 gennaio 2014 il Servizio della migrazione del Canton Neuchâtel aveva deciso di non rinnovarle il permesso e di espellerla dal Paese. La decisione era stata annullata Dipartimento dell’economia e dell’azione sociale ma il 4 gennaio 2017 la Segreteria di Stato della migrazione (SEM), cui spettava l’approvazione finale, aveva posto il veto e respinto la richiesta di rinnovo del permesso. Un primo ricorso era stato egualmente respinto dal Tribunale amministrativo federale (TAF) il 19 marzo 2017. In quell’occasione i giudici sangallesi non avevano ritenuto credibili i racconti delle violenze subìte dalla donna.
La 45enne si era quindi rivolta al Tribunale federale, rimproverando al TAF di non aver considerato questi motivi personali particolarmente gravi - ovvero le violenze e le angherie dal marito - tali da rendere inesigibile la sua espulsione e consentirle di vivere in Svizzera nonostante la fine del suo matrimonio. I giudici di Mon Repos le hanno dato ragione ritenendo credibili suoi racconti. Da un rapporto del Centro LAVI e del Centro neocastellano di psichiatria erano infatti emersi episodi di violenza fisica, psicologica, economica e sessuale. L’uomo le accordava infatti solo 11 franchi al mese per vivere, non le comperava il cibo, le aveva ritirato la tessera per la lavatrice e aveva soppresso qualsiasi tipo di collegamento telefonico. Dopo aver abbandonato il domicilio coniugale si era addirittura portato via tutti i mobili, lasciandole un semplice materasso e affiggendo sui muri dei manifesti in cui tacciava la moglie di essere una strega. Il TF ha pure evidenziato come l’ex marito abbia fatto di tutto, ad appena 10 mesi dal matrimonio, per interrompere la loro relazione e cacciarla di casa con degli “stratagemmi dubbi”. Addirittura, si legge nella sentenza, aveva presentato una richiesta di annullamento del matrimonio, in seguito ritirata perché troppo onerosa per le sue finanze.
In conclusione la Corte federale ha ritenuto che la violenza coniugale subìta dalla donna fosse stata “intensa e sistemica” e pertanto, ai sensi dell’Art. 50 LStr, ha annullato la decisone del TAF e le ha accordato un permesso di dimora.
(Sentenza 2C_361/2018 del 21 gennaio 2019)
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