
Nessun contributo di solidarietà da parte degli impiegati della Confederazione per attenuare le conseguenze della pandemia di coronavirus. È il parere del Consiglio federale che risponde picche a una mozione del consigliere nazionale UDC di Argovia, Thomas Burgherr, che chiedeva una riduzione del 5% dello stipendio per i prossimi due anni a partire per le remunerazioni superiori ai 100 mila franchi. Il deputato giustifica la sua richiesta col fatto che molti lavoratori attivi nel settore privato hanno perso il posto di lavoro, o rischiano di perderlo, a causa della pandemia. A suo parere, è giusto che i costi sopportati dall’economia e gli sforzi profusi dalla Confederazione vengano sopportati da tutti. Le maggiori spese che gravano sul bilancio pubblico non possono essere addossate unicamente ai contribuenti.
Nella sua risposta, in cui invita a respingere la mozione, il Consiglio federale afferma di di aver “sempre perseguito una politica salariale moderata”. Negli ultimi dieci anni, gli accordi salariali annuali della Confederazione sono sempre stati inferiori alla media di tutti i settori, sottolinea l’esecutivo. Una riduzione degli stipendi non si giustifica, secondo il governo, dal momento che gran parte dell’Amministrazione federale è stata particolarmente sotto pressione durante la crisi dovuta al coronavirus; un taglio salariale sarebbe difficilmente comprensibile per questi impiegati e non renderebbe giustizia agli sforzi compiuti durante la crisi. Inoltre, la misura proposta porterebbe a una riduzione dei segmenti salariali per i quali la Confederazione è già indietro rispetto a posti di lavoro analoghi nell’economia privata.
Stando al contenuto di una mozione simile dell’UDC inoltrata a fine 2016 e alla quale il governo rispose l’anno dopo, nel 2015 lo stipendio medio lordo nell’amministrazione federale (salario di base, più indennità di residenza, inclusi i salari dei quadri), ammontava a 121’553 mila franchi.
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