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Vallese
Crans-Montana, Cappa: «Dall’inizio c’erano gli elementi per dare un’altra direzione all’inchiesta»
©CYRIL ZINGARO
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Redazione
2 mesi fa
Rosa Cappa, già procuratrice federale, a Radar: «La prassi giudiziaria elvetica non ha nulla a che vedere con quanto fatto finora dal Ministero pubblico vallesano».

Il dramma di Crans-Montana continua a far discutere, soprattutto per la gestione delle indagini da parte della procura vallesana. Tra le critiche mosse dai media ci sono, ad esempio, l’arresto tardivo di Jacques Moretti; l’esclusione dei legali delle famiglie delle vittime dalle prime audizioni; il ritardo nel sequestro dei cellulari dei gerenti de «La Constellation»; la mancata perquisizione ‘a sorpresa’ della fiduciaria che gestiva la contabilità del locale. «Dall’inizio, secondo me, c’erano gli elementi per aprire un’inchiesta per reati intenzionali e non colposi, dando così una direzione diversa all’inchiesta e la percezione verso il pubblico di avere il coraggio di indagare fino in fondo», ha spiegato ieri a Radar, in onda su Teleticino, Rosa Cappa, già procuratrice federale.

Non si fa così
Rosa Cappa, già procuratrice federale

«Dobbiamo attenerci alla prassi giudiziaria svizzera e non al senso di giustizia che ci anima, una prassi che non ha nulla a che vedere con quanto fatto finora dal Ministero pubblico vallesano». Insomma, per l’esperta «non si fa così, perché in una situazione in cui ci sono due imputati che non sono cittadini rossocrociati, che hanno commesso reati gravissimi e che dovrebbero rischiare delle pene gravi, c’è un pericolo di fuga». Un rischio «presente dal primo gennaio e non dal nove». A questo si aggiungono altri elementi. «Abbiamo il coinvolgimento di pubblici ufficiali, rischia di esserci un reato contro la pubblica amministrazione, come può essere la corruzione». Insomma, continua Cappa, «il pubblico ministero ha il dovere di indagare a carico e scarico degli imputati, coinvolgendo piuttosto in eccesso delle persone, che non in difetto». L’esempio portato in studio è quello del sindaco di Crans-Montana. «Se fossi questa persona, vedrei come una garanzia quella di essere indagato, perché così partecipo dall’inizio all’acquisizione delle prove e ho la possibilità di avere un avvocato che può aiutarmi a gestire la mia difesa». Questo, aggiunge l’ex procuratrice federale, «per dire che è meglio partire larghi e poi stringersi, piuttosto che il contrario».

La squadra investigativa comune tra Italia e Svizzera

Per quanto riguarda la richiesta della premier Giorgia Meloni, che vorrebbe una squadra investigativa comune tra Italia e Svizzera, questo «è giuridicamente fattibile, ma deve avere un’utilità investigativa». In altre parole, «bisognerebbe capire l’utilità di avere un’indagine anche nella vicina Penisola, chiedendosi, ad esempio, quali prove possono essere raccolte in Italia».

Detenzione preventiva e cauzione

Jacques Moretti è uscito di prigione grazie al pagamento della cauzione, che era stata fissata a 200mila franchi. Ma come funzionano queste misure? «Il nostro codice di procedura penale è molto chiaro: per disporre la carcerazione preventiva, ovvero l’ultima spiaggia delle misure possibili che va applicata in casi estremi, occorre che ci siano gravi indizi di colpevolezza di un reato, pericolo di fuga, di collusione, inquinamento delle prove. In questo caso si è parlato di pericolo di fuga, ma questo può essere mitigato grazie a una misura sostitutiva prevista dal nostro codice di procedura penale, come il pagamento di una cauzione». E la decisione di fissare quest’ultima a 200mila franchi «è stabilita in base alla gravità del reato e alle possibilità economiche dell’imputato». Ovvero, «il Ministero pubblico avrà fatto i conti in tasca a Moretti».

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