Covid, quando si decide di non rianimare
Dai protocolli sanitari emergono i criteri per i pazienti da non ricoverare in terapia intensiva nel caso la situazione negli ospedali diventasse critica. Denti: “Siamo saltati sulla sedia”
di MJ
Covid, quando si decide di non rianimare
Foto © CdT/Gabriele Putzu

“Nel peggiore dei casi”: queste le condizioni in cui andrebbe applicato il protocollo relativo ai posti di malattia intensiva, nel documento “Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse”. Questo documento, elaborato dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva e in vigore dal 20 marzo, presenta le tipologie dei pazienti cui non verrebbe garantita la rianimazione cardiopolmonare e l’accesso ai letti di terapia intensiva nel caso che la pandemia peggiorasse al punto da rendere necessaria una selezione, per scarsità di posti letto. A colpire nel documento, portato sotto i riflettori da La Stampa, è la chiarezza dei criteri di chi, in pratica, verrebbe lasciato morire.

Pubblichiamo qui il contenuto ricordando però con chiarezza al lettore che si tratta di una situazione ipotetica, di crisi grave, ben lontana dallo scenario odierno.

“Se non ci sono letti, niente rianimazione cardiopolmonare”
La prima risposta alla scarsità di letti in terapia intensiva, è drastica: “Al livello B, indisponibilità di letti in terapia intensiva, non andrebbe fatta alcuna rianimazione cardiopolmonare”, si legge infatti nel documento. Seguono, a pagina 5, le tipologie di pazienti destinati, in quelle condizioni, a non essere ricoverati in terapia intensiva: “Età superiore a 85 anni. Età superiore a 75 anni accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi”. A livello A invece, ovvero una situazione con letti in Terapia Intensiva disponibili ma risorse limitate, i criteri per non essere rianimati sono ancora più gravi: “Arresto cardiocircolatorio ricorrente, malattia oncologica con aspettativa di vita inferiore a 12 mesi, demenza grave, insufficienza cardiaca di classe NYHA IV, malattia degenerativa allo stadio finale”.

Denti: “Pesantissimo, ma è a garanzia di medici e pazienti”
“Queste decisioni”, si legge ancora nel documento, “vanno prese nell’ottica di contenere il più possibile il numero di malati gravi e morti”. Non hanno però lasciato indifferente nemmeno Franco Denti, presidente dell’Ordine dei Medici del Ticino, intervistato dal quotidiano torinese: “Quando è uscita questa direttiva siamo saltati sulla sedia. Decidere chi rianimare e chi no è pesante, pesantissimo per qualsiasi medico”, spiega Denti, che aggiunge però, “questo documento, che è pubblico, è a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure”. Nel comunicato di presentazione del protocollo, riporta ancora la Stampa, si parla anche della necessità di “prendere decisioni di razionamento”, con una terminologia da medicina di guerra. Inevitabile, secondo Denti: “Ogni decisione spetta ai comitati etici degli ospedali. Non mi risulta che sia già successo, ma siamo molto preoccupati”.

La situazione attuale
In Svizzera attualmente negli ospedali ci sono 22’301 posti letti, di cui 6’353 ancora liberi. Mercoledì il Consigliere federale Alain Berset, in conferenza stampa, aveva parlato di un totale di 1’600 letti di terapia intensiva, che potrebbero essere presto aumentati a 2’000. Al momento, sono invece 586 i pazienti ricoverati a causa del Covid-19, di cui 97 in terapia intensiva e 29 intubati. Cifre per il momento ben lontane dalla capacità massima degli ospedali, anche se bisogna far sì che la situazione non peggiori ulteriormente, vista la velocità di propagazione del virus.

  • 1