Con le scuole chiuse è crollata la mobilità
Gli spostamenti degli svizzeri sono scesi di oltre il 21% sospendendo le lezioni. Più efficaci nel contenere la mobilità solo il divieto di assembramenti e la chiusura dei ristoranti
di Keystone-ATS
Con le scuole chiuse è crollata la mobilità
Foto CdT/Gabriele Putzu

Uno nuovo studio del Politecnico federale di Zurigo - di cui danno notizia oggi Le Matin Dimanche e SonntagsZeitung - rilancia il dibattito sull’opportunità di chiudere le scuole per frenare la pandemia. La ricerca, che non è ancora stata oggetto di valutazione tra pari, conclude che la chiusura degli istituti scolastici in primavera ha considerevolmente ridotto la mobilità della popolazione, riducendo la propagazione del virus. Gli scienziati, sotto la direzione del professore di informatica e gestione Stefan Feuerriegel hanno esaminato 1,5 miliardi di microspostamenti della popolazione svizzera tra il 10 febbraio e il 26 aprile, prendendo anche in considerazione i cambiamenti di codice postale, spiegano i settimanali. Lo studio si è basato sui dati anonimizzati forniti dagli operatori telefonici elvetici.

Grazie a calcoli statistici, gli autori hanno stabilito che la chiusura delle scuole a metà marzo ha portato a un calo della mobilità del 21,6% nel periodo preso in considerazione. Assieme al divieto di riunioni con più di 5 persone (-24,9%) e alla chiusura di ristoranti e bar (-22,3%) si tratta di una delle misure più efficaci per ridurre gli spostamenti. Questi ultimi vengono considerati uno dei principali fattori di propagazione del nuovo coronavirus. “Con la chiusura delle scuole i genitori sono restati sempre più spesso a casa. Ciò ha influenzato la mobilità e il numero di infezioni”, spiega Feuerriegel sulle colonne dei due settimanali.

I ricercatori hanno pure esaminato su quali tipi di trasporti abbia influito la chiusura delle scuole. Dai loro risultati spicca per esempio una diminuzione importante (-35% circa) degli spostamenti in treno. La mobilità stradale e autostradale è invece calata meno. Questi risultati coincidono con quelli emersi da uno studio effettuato su 41 Paesi e pubblicato a metà dicembre dall’Università di Oxford, nel Regno Unito, sulla prestigiosa rivista Science.

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