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Svizzera
CN: divieto export materiale bellico, solo sinistra favorevole
Redazione
17 anni fa

Il Consiglio nazionale non sembra intenzionato a sacrificare l'industria svizzera dell'armamento sull'altare del pacifismo. Sebbene la Camera del popolo non abbia avuto il tempo oggi di votare sull'iniziativa popolare "Per il divieto di esportare materiale bellico", il destino di questo progetto è segnato. Solo lo schieramento rosso-verde ha infatti sostenuto la proposta del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE). Gli altri partiti respingono il testo per motivi politici ed economici. "La Svizzera mina la propria politica di pace. Non ci si può impegnare per risolvere conflitti e nel contempo fornire armi per alimentarli", ha sostenuto Josef Lang (Verdi/ZG). Esprimendosi a favore dell'iniziativa, egli ha ricordato che l'industria elvetica ha esportato nel 2008 materiale bellico per un valore record 720 milioni di franchi. Verso il Pakistan, lo "Stato più pericoloso del mondo" e potenza nucleare, la Svizzera ha esportato armi per oltre 460 milioni, ha sottolineato Lang. La sinistra ha anche denunciato le esportazioni verso l'India, l'Arabia Saudita e i paesi del Vicino Oriente. Si è pure riparlato della vendita di un aereo Pilatus al Ciad, poi armato e impiegato nel Darfur. Secondo Marina Carobbio Guscetti (PS/TI), malgrado lo status di Paese neutrale, "la Svizzera ha purtroppo un ruolo importante nel commercio d'armi". Nel solo 2005 - ha proseguito - 72 Stati hanno ricevuto materiale da guerra dalla Svizzera. La deputata ticinese ha asserito che "oggi le esportazioni di armi svizzere servono alla pretestuosa guerra al terrorismo, ma non solo: ricevono regolarmente armi elvetiche anche Paesi in via di sviluppo e regioni che vivono situazioni di crisi. Così facendo - ha aggiunto - la Svizzera affossa la sua politica di sviluppo e di promozione della pace". Per queste motivi, la sinistra sostiene l'iniziativa del GSsE per il divieto dell'esportazione e del transito di materiale di guerra e di beni militari specifici, comprese le tecnologie che possono servire alla loro produzione. Rientrano nel divieto anche i simulatori, gli aerei d'addestramento militare come i Pilatus, nonché le armi di piccolo calibro e le relative munizioni. Tra le rare eccezioni figurano gli strumenti di sminamento umanitario, nonché le armi per lo sport e la caccia, sempre che le stesse non possano essere usate quali armi da combattimento. Le argomentazioni della sinistra non hanno turbato i partiti borghesi. Non vi è motivo di mettere in pericolo l'economia e la sicurezza della Svizzera, hanno replicato numerosi oratori. Se l'iniziativa fosse accolta, molte imprese dovrebbero chiudere i battenti, ha dichiarato Peter Malama (PLR/BS) a nome della commissione. Andrebbero persi da 5000 a 10'000 posti di lavoro. Le aziende d'armamento dovrebbero essere trasformate in imprese civili. Particolarmente colpiti sarebbero l'Oberland bernese, Emmen (LU), Stans (NW) e Kreuzlingen (TG). Gli oppositori, come pure il Consiglio federale, non credono nelle soluzioni di riconversione degli iniziativisti. Per dieci anni la Confederazione dovrebbe sostenere le regioni colpite dal divieto d'esportazione. Secondo il governo, ciò costerebbe più di 500 milioni. La Camera del popolo non è riuscita a giungere alla fine della lunga lista di oratori. Si pronuncerà sull'iniziativa in una prossima seduta. ATS

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