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Cassis: "Evacuare gli svizzeri in Sudan è difficile perché spesso sono anche sudanesi"
Redazione
3 anni fa
Questa mattina il personale dell'Ambasciata svizzera in Sudan è rientrato nella Confederazione. All'aeroporto di Berna Belp Ignazio Cassis e l'ambasciatore hanno tenuto una conferenza stampa.

Le 06.45 del mattino, per una conferenza stampa, è un orario decisamente inusuale. Il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) e il suo capo Ignazio Cassis volevano però sottolineare l'importanza dell'evento. Questa mattina presto, infatti, sono tornati nella Confederazione i collaboratori evacuati dell'Ambasciata svizzera in Sudan. Il consigliere federale ticinese ha accolto all'aeroporto di Berna Belp i diplomatici in arrivo dal Paese africano in preda a una grave crisi politica.

"È un sollievo essere qui questa mattina", ha esordito Cassis. L'evacuazione, ha spiegato Cassis, è avvenuta via Gibuti attraverso un aereo delle Luftwaffe tedesca. "Voglio ringraziare l'ambasciatore Winter per la conduzione in sicurezza dell'operazione, in una situazione difficile. Ha operato con mente fredda e nervi saldi". Cassis ha poi ringraziato per il sostegno nell'evacuazione la Francia, Gibuti e l'Italia, "che si è messa a disposizione".

Difficile rimpatriare gli svizzeri

Il consigliere federale si è espresso anche sulla situazione dei cittadini svizzeri rimasti in Sudan. "La situazione evolve di ora in ora. La trentina di persone interessata a lasciare il Paese riceve informazioni regolari sulle finestre di partenza dei velivoli militari di Paesi partner che possono trasportarli, però è compito loro raggiungere gli aeroporti di partenza". "La maggior parte degli svizzeri sul posto - ha poi precisato il ministro ticinese - ha la doppia cittadinanza con il Sudan, rimpatriarli non è facile perché come sudanesi non possono lasciare il Paese liberamente".

45 collaboratori locali rimasti in Sudan

Cassis ha rivolto un pensiero "al personale sudanese della nostra Ambasciata, che resta sul posto. Nessun Paese ha evacuato il personale locale. Noi abbiamo sul posto circa 45 collaboratori locali. Il nostro pensiero va a loro e alle loro famiglie. Cerchiamo di sostenerli per quanto possibile".

I primi giorni di combattimenti

Dopo un lungo viaggio era comprensibilmente stanco l'ambasciatore svizzero Christian Winter, che ha raccontato i difficili ultimi giorni in Sudan. "Sabato 16 aprile ero a fare una gita con mia moglie. Ho sentito dei colpi, ma non ho pensato subito a delle esplosioni. Poi ho visto delle colonne di fumo salire verso il cielo. Mia moglie è stata la prima a dire che dovevamo rientrare a Khartoum. Non è stato facile rientrare alla nostra base perché dei combattimenti erano in corso fra l'esercito regolare e i paramilitari. Con la nostra auto passavamo proprio in mezzo alle due parti. Io, da bravo svizzero, provavo ancora ad attenermi alle regole della circolazione stradale, ma alla fine abbiamo dovuto accelerare".

L'evacuazione

Winter spiega che nell'arco di una sola giornata i combattimenti si sono intensificati, con il ricorso all'artiglieria, ad attacchi aerei e a droni. "Gli obiettivi erano inizialmente di natura strategica, ma questi erano inseriti in zone abitate. È anche per questo che le vittime sono tante, purtroppo pure bambini". L'ambasciatore spiega che una delle difficoltà principali era riuscire a comunicare fra il personale dell'Ambasciata, sparso per la città Recarsi nella sede diplomatica era infatti quasi impossibile. "Nessuno aveva penato che i combattimenti potessero raggiungere questa intensità. Era infatti ancora Ramadan, il mese della conciliazione. Credo che questo abbia irritato ancora di più la popolazione". Per lasciare la capitale, spiega Winter, essenziale è stato l'aiuto fornito dall'Ambasciata francese. Anche durante l'evacuazione il personale dell'Ambasciata svizzera è dovuto transitare dalla zona dei combattimenti.