
“L’abbiamo definita preoccupante perché le équipe del mondo intero recuperino il massimo di informazioni su questa variante”: lo ha detto questa mattina ai microfoni di France Info Sylvie Briand, direttrice del dipartimento della gestione dei rischi epidemici all’Oraganizzazione mondiale della sanità (Oms), spiegando il senso del comunicato dell’Organizzazione mondiale della Sanità che poche ore fa ha classificato come “preoccupante” la variante Omicron. “È importante avere più informazioni su questa variante”, ha aggiunto Briand.
“Più informazioni”
“L’abbiamo classificata come preoccupante - ha spiegato la Briand - perché è importante avere più informazioni su questa variante. Non ne sappiamo granché. Sappiamo soltanto che ha molte mutazioni e questo ci fa temere che ne scaturisca una minore efficacia dei vaccini, è per questo che bisogna vedere il suo impatto sulle popolazioni che vengono infettate e poi fare degli studi per sapere se gli strumenti che abbiamo, come i vaccini, mantengono l’efficacia”.
“Maggiore contagiosità non è per forza sinonimo di pericolosità superiore”
Briand ha aggiunto che “non necessariamente” maggior contagiosità equivale a una pericolosità superiore: “la maggior parte delle persone fragili sono vaccinate in Europa - ha spiegato - sulle curve epidemiologiche vediamo benissimo che anche se ci sono molti casi, la curva dei decessi e dei ricoveri resta molto più bassa di quanto avevamo visto nell’ondata del 2020. Che una variante sia più trasmissibile non significa che sarà più virulenta”.
Con mRna vaccini preparati più velocemente
Quanto agli strumenti per combattere queste nuove varianti, la direttrice del settore rischi epidemici ha spiegato che “le nuove tecnologie per mettere a punto i nuovi vaccini a RNA messenger consentono una preparazione più rapida. A partire dal momento in cui abbiamo la sequenza genetica che bisogna utilizzare per il vaccino, possiamo abbreviare i tempi di produzione. È molto incoraggiante, significa che siamo molto più reattivi che per altri vaccini come quello dell’influenza, per il quale servono circa 6 mesi per produrre i vaccini in serie. Una volta che conosciamo la parte di antigene che vogliamo mettere nel vaccino, possiamo produrne in grande quantità”.
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