
La Corte europea dei diritti dell'uomo chiede alla Svizzera chiare regole sull'aiuto al suicidio: la Confederazione dovrà stabilire per legge se le persone che vogliono mettere fine ai loro giorni pur senza soffrire di una malattia mortale potranno farlo, e se sì a quali condizioni. I giudici di Strasburgo hanno dato ragione a una zurighese 82enne, cui era stata negato l'accesso alla morte attraverso medicinali. Sentendo venir meno le forze fisiche e spirituali, la donna aveva espresso la volontà di farla finita. Aveva perciò cercato di ottenere una prescrizione medica per un barbiturico. Le autorità zurighesi avevano però risposto in modo negativo, una decisione confermata anche dalla giustizia cantonale e, nel 2010, dal Tribunale federale. La corte di Strasburgo - con una maggioranza peraltro tirata: 4 giudici contro 3 - ha ora ravvisato una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare garantito dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Non tanto perché alla ricorrente è stato negato il barbiturico, quando poiché questo tipo di situazioni non è regolata in modo cristallino dalla legislazione elvetica. A dir la verità il Consiglio federale ha più volte preso in mano il dossier. Dopo un lungo tira e molla, il governo e il parlamento l'anno scorso avevano deciso non legiferare in materia. Per la corte europea invece la Svizzera è tenuta a emanare disposizione in materia. La corte non ha però preso posizione sui possibili contenuti della normativa. Quello che è certo, a detta della maggioranza dei giudici, è invece il fatto che la donna ha sofferto per l'incertezza della situazione giuridica: si sarebbe potuto evitarlo con regolamentazioni precise sulla facoltà dei dottori di prescrivere barbiturici. L'assenza di un quadro legale chiaro ha un effetto deterrente sul personale medico, ciò che è stato confermato nel caso concreto dalla testimonianza di due camici bianchi: i dottori hanno fatto sapere di non aver voluto scrivere la ricetta perché temevano lunghe diatribe giuridiche e conseguenze professionali. Strasburgo riconosce che in questioni come questa, che presentano aspetti etici e morali, è difficile trovare un consenso. Difficoltà di questo tipo fanno però parte del processo democratico e non esentano uno stato dall'adempiere ai suoi compiti. La decisione non è ancora passata in giudicato. La Confederazione può infatti ancora impugnarla presso la Grande camera della stessa corte, ha spiegato all'ats Folco Galli, portavoce dell'ufficio federale di giustizia. Il termine per farlo scade il 14 agosto. In caso di mancato ricorso, o se la Grande camera dovesse confermare il giudizio odierno, la Confederazione sarebbe tenuta ad applicare la sentenza. ATS
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

