
) Le prime esperienze con l'accordo di Dublino sono positive e riducono le procedure d'asilo in Svizzera, indica oggi in un comunicato l'Ufficio federale della migrazione (UFM). Di tutt'altro avviso alcune organizzazioni non governative, secondo cui sussistono gravi lacune nella protezione giuridica dei diretti interessati. L'accordo di Dublino definisce su scala europea lo Stato competente per una determinata richiesta d'asilo con l'obiettivo di impedire doppioni. Grazie alla sua posizione geograficamente centrale, la Svizzera può spesso delegare la responsabilità delle procedure ai paesi esterni dai quali passano i profughi. Secondo l'UFM, la cooperazione funziona bene e la Svizzera ha finora trasferito più persone verso altri Stati (140) che viceversa (7). La Confederazione è inoltre in procinto di trasferire all'estero 424 profughi. Dall'entrata in vigore dell'accordo il 12 dicembre dell'anno scorso, la Confederazione ha chiesto 997 volte ad altri Stati di occuparsi delle procedure di asilo. In 564 casi la risposta è stata positiva, in 355 non è ancora pervenuta e in 78 è stata negativa. A sua volta la Svizzera ha ricevuto 52 domande di presa a carico, approvandone 39 e respingendone 10. Il bilancio stilato dall'UFM non viene condiviso dalle Organizzazioni non governative che si occupano dei diritti dei richiedenti l'asilo. Le decisioni di rinvio vengono spesso comunicate troppo tardi e non consentono di inoltrare un ricorso con possibilità di successo, denunciano in un comunicato congiunto Amnesty International e l'Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (OSAR). Inoltre i paesi che hanno sottoscritto l'accordo di Dublino basano le proprie decisioni su criteri differenti, mettendo a repentaglio la sicurezza dei richiedenti l'asilo. Per questo motivo Amnesty International e OSAR esortano le autorità elvetiche a seguire le procedure anche all'estero ed eventualmente ad intervenire. Le due Ong citano in particolare il caso di Fahad Khammas, protagonista del film "La Forteresse", premiato al Festival di Locarno. Visto che prima di arrivare in Svizzera ha richiesto - invano - l'asilo in Svezia, la scorsa settimana il profugo iracheno era stato costretto a tornare nel paese scandinavo, dove ora rischia l'espulsione. Amnesty International e l'OSAR chiedono al Consiglio federale di essere pronto a intervenire qualora Khammas dovesse essere espulso nel suo paese. Qui la sua vita è in pericolo - affermano - perché ha lavorato come traduttore per l'esercito statunitense. ATS
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