
Si è conclusa con un nulla di fatto la nuova inchiesta sulla morte di Marco Pantani, aperta alla fine di luglio 2014 sulla base di un esposto per omicidio presentato dalla famiglia.
La richiesta di archiviazione, affidata al procuratore capo Paolo Giovagnoli, approderà davanti al Gip nelle prossime settimane, a circa otto mesi dalla riapertura del caso (la prima indagine, anche se gli arresti scattarono dopo tre mesi durò complessivamente un anno).
Insomma si chiude definitivamente l'ipotesi scaturita da ricostruzioni apparse fantasiose e prive di fondamento già nelle prime ore.
Il consulente della procura di Rimini Franco Tagliaro, dopo gli esami tossicologici, conferma: "Il decesso è dovuto primariamente al sovradosaggio di antidepressivi, la cocaina resta una delle concause. Non sono emersi elementi tali da ipotizzare concretamente un'assunzione sotto costrizione. Non ci sono pertanto elementi che facciano pensare ad un omicidio"
Tutti i dettagli, sottoposti all’attenzione della procura dal legale della famiglia Pantani, avvocato Antonio De Rensis, si sono rivelati in conclusione non significativi o non rilevanti.
Le fasulle ricostruzioni giornalistiche hanno addirittura portato i poliziotti della prima inchiesta e lo stesso procuratore ad agire legalmente con l’ipotesi di diffamazione.
Nella stanza, chiusa dall’interno, quindi, Pantani era solo. Con il suo carico di farmaci, droga e disperazione.
Resta certo che il Pirata la sera prima di morire disse a un altro ospite del residence: "Non so se ci sarà un altro giorno per me".
Adesso ci auguriamo solo che lo sfortunato ragazzo possa riposare in pace, e che detrattori e avvoltoi che prima lo hanno rinnegato e poi riportato alle cronache solo per vendere libri o per un'apparizione televisiva cessino lo sciacallaggio mediatico sulla pelle del Pirata.
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