
Questa volta dovrebbe riposare per sempre, il caso è chiuso: "Un’ipotesi fantasiosa", questa la motivazione con la quale il Gip del Tribunale di Rimini, Vinicio Cantarini, ha archiviato l'indagine-bis sulla morte di Marco Pantani.
Il ciclista non fu ucciso, ma "rimase vittima, per sua mano, di quelle stesse sostanze in cui aveva cercato disperatamente sollievo". Il nuovo processo non hanno solo confermato ma rafforzato l'esito della precedente inchiesta.
Quella dell’omicidio - scrive il Gip - è un’ipotesi fantasiosa, dopo una doppia inchiesta e dodici anni di interrogativi, senza dubbio si può ragionevolmente affermare che non esistono misteri sulla tragica morte di Pantani.
"A questa solida e granitica conclusione si perviene - si legge nel decreto depositato in cancelleria nei giorni scorsi - attraverso la disamina e valutazione di una molteplicità di accertate circostanze, risultanze di tipo medico-scientifico e investigativo (informazioni testimoniali) che lette e valutate, con giudizio sereno e obiettivo scevro dalle comprensibili passioni e tensioni emotive degli opponenti (genitori di Marco) conducono e convergono ad una unica assoluta certezza”.
Un'assunzione volontaria e autonoma di dose massicce di cocaina e antidepressivi, fino all'autodistruzione. Ci sarebbe piuttosto da chiedersi quali e di chi siano le responsabilità di coloro che lo spinsero, anche attraverso il doping, di cui fu prevalentemente vittima, e di chi lo rimise in bicicletta anche quando era fisicamente e mentalmente a pezzi.
Una gallina dalle uova d'oro che in molti hanno sfruttato fino alla morte.
Quel tragico San Valentino del 2004, nella stanza D5 del residence "Le Rose" di Rimini, Marco Pantani era solo con i suoi fantasmi.
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