
La XXIII edizione delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, chiusasi domenica con la classica festa di colori e musica, rimarrà a lungo nella memoria degli sportivi svizzeri. La bandiera rossocrociata, portata dal 25enne Ramon Zenhäusern, medaglia d’oro nella prova a squadre di sci alpino e d’argento nello slalom, non sventolava così in alto dai Giochi olimpici di Calgary del 1988.
Un’attesa durata 30 anni e che ha riportato la Svizzera nella top ten di un medagliere olimpico. L’ottavo posto finale davanti a nazioni tradizionalmente importanti negli sport invernali come Francia ed Austria, conquistato grazie a 5 medaglie d’oro, 6 d’argento e 4 di bronzo, testimonia fedelmente la bontà di un movimento, che Swiss Olympic è riuscito a rilanciare nell’ultimo decennio.
L’esempio del 25enne Zenhäusern, longilineo (2.00 metri x 92.0 kg) slalomista vallesano, sorprendentemente secondo in una disciplina che negli ultimi anni non aveva riservato particolari soddisfazioni allo sci maschile rossocrociato, non può che rendere ottimisti gli addetti ai lavori e i tifosi degli sport invernali elvetici.
Nella classifica finale del medagliere di PyeongChang la Svizzera è preceduta unicamente da Paesi costantemente piazzati nei primi dieci posti di ogni rassegna olimpica invernale. A cominciare dalla Norvegia che, con 39 medaglie (14 d’oro, 14 d’argento e 11 di bronzo), è riuscita nella grande impresa di stabilire il nuovo primato in un'Olimpiade invernale.
E per una nazione che, con i suoi 5'233'000 milioni di abitanti (censimento del 2016), ha addirittura meno abitanti della Svizzera, il fatto di aver migliorato il precedente primato stabilito dagli Stati Uniti nel 2010 a Vancouver, è motivo di grande orgoglio. Proprio come la Svizzera.
r.q.
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