
Due stagioni e mezzo, 71 gol, 71 come il numero che porta(va) dietro la maglia. Cifre pazzesche, impressionanti, quelle di Fredrik Pettersson.
La sua partenza in termini strettamente contabili lascia un vuoto pressoché incolmabile. Parliamoci chiaro, un attaccante da 30 reti in 50 partite non lo si trova dietro l'angolo.
Malgrado ciò dopo l'annuncio del suo addio non abbiamo assistito a scene di panico e nessuno si è fisicamente strappato i capelli.
Strano? Forse no. Perché in fondo Pettersson non è mai stato, e probabilmente mai sarà, un "franchise player", uno di quei pilastri su cui costruisci una squadra e una società.
Che il suo carattere non fosse dei più semplici non è un segreto. Un carattere, che qualcuno ha definitivo 'selfish' (egoista), che in più di un'occasione lo ha messo in difficoltà. E al tirar delle somme se in difficoltà ci va uno dei tuoi quattro stranieri, in difficoltà ci vai tu come squadra.
Per evitare polemiche e discussioni Shedden più volte ha preferito glissare o indossare i guanti di velluto quando si trattava di affrontare il capitolo Pettersson ma in realtà nel suo buen retiro in Florida non verserà neppure una lacrima per la separazione dallo svedese. Non gli piaceva come giocatore? Forse ma soprattutto alla base c'era un problema di incompatibilità...caratteriale.
Mancheranno di certo i suoi gol, ma forse non lui. Da oggi il Lugano ha la possibilità di trovare un giocatore più adatto alle proprie esigenze e che meglio di Pettersson sappia rendersi utile per il bene della squadra.
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