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Sci alpino
Lara Gut-Behrami dice basta: «Non è più il mio momento di mettermi un pettorale»
Redazione
5 ore fa
Nella sua lettera d'addio, la campionessa ticinese ripercorre vent'anni di carriera, dal primo podio di St. Moritz all'oro olimpico di Pechino – «Sono fortunata e felice di poter scegliere»

Come si capisce che qualcosa è finito? E come si traducono le emozioni profonde in parole? Sono le due domande con cui Lara Gut-Behrami apre la sua lettera d'addio allo sci agonistico. Una lettera lunga, intima, di cui ha dato notizia la RSI. Una lettera che non è un bilancio ma un ringraziamento. E che si chiude con una frase che dice tutto: «Non vedo l'ora di sciare e sono felice così».

Dalla caduta al traguardo di St. Moritz all'oro di Pechino

«Forse capisci quando gli obiettivi, la ricerca costante del miglioramento lasciano spazio alla felicità, all'appagamento interiore, alla capacità di valorizzare il percorso fatto» dice. Il primo podio, a St. Moritz, arriva con una caduta al traguardo: «Durante la premiazione la sera è stato un turbinio di emozioni, incredulità, gioia sfrenata, aggiunte a un pizzico di disorientamento. Ero felice e spensierata».

Diciassette anni più tardi, a Sölden, le sensazioni sono diverse. «Oltre alla felicità e alla soddisfazione provate nel 2008 si erano aggiunte la consapevolezza e l'orgoglio del percorso fatto. La felicità sentita era più matura e realizzata».

Una carriera «molto lunga e intensa», la definisce lei stessa, vissuta con la fortuna «di esprimere i miei sogni e i miei desideri attraverso le mie sciate» e affiancata «da persone straordinarie». Con una costante: «La sensazione di libertà assoluta sulla neve non mi ha mai abbandonato. C'era da bimba, era presente da atleta e mi accompagnerà anche in futuro».

«Non ho dolori ricorrenti e non ne voglio avere»

Il passaggio centrale, quello che spiega il perché della scelta, è anche il più netto. «Sono anche fortunata e felice di poter scegliere. Nonostante quasi vent'anni di sport di alto livello, nonostante le cadute e gli infortuni non ho dolori ricorrenti e non ne voglio avere».

Di qui la decisione: «So che è arrivato il momento giusto, quello di non ostinarmi a voler raggiungere, superare i limiti a ogni costo e di imporre al mio fisico certi ritmi e sollecitazioni». Perché sciare, aggiunge, «rappresenta qualcosa di magico e naturale per me, voler costringere il mio fisico e la mia testa a sopportare e gestire il dolore sarebbe come macchiare l'immagine che ho dentro di me di ciò che ho fatto con così tanta passione».

«Lo sport di alto livello non è una fiaba»

L'elenco dei momenti, ammette, è infinito: «L'intensità delle emozioni dell'oro olimpico di Pechino, la vittoria sotto la neve a St. Moritz nel 2008, i Mondiali di Cortina, il sorriso in partenza a Sun Valley, le ore di lavoro in pista con mio papà, le discussioni con i miei skiman Babi e Tom per migliorare costantemente il materiale». E solo ora, afferma, li realizza e li assapora completamente: «Ho lavorato per anni incessantemente con l'obiettivo di eccellere e vincere nello sport, ora sento solo un profondo senso di felicità e mi commuove quanto sia stato bello».

Nessuna reticenza, però, sul rovescio della medaglia. «Lo sport di alto livello non è una fiaba, manco la vita lo è». Ma, precisa, «oggi non è il tempo di pensare agli errori, alle delusioni, alle difficoltà, a tutti gli ostacoli anche umani che ci sono stati. Anche il tempo di essere delusa, triste o arrabbiata per lo sci è passato».

I ringraziamenti: la famiglia, lo staff, il pubblico

La parte più lunga della lettera è dedicata a chi c'è stato. Il padre, innanzitutto: «Grazie Dad per esserci sempre stato, dal primo all'ultimo giorno, mi hai portato a trovare soluzioni e non montagne di problemi». Poi la madre, «per seguirci anche nelle imprese più pazze e per essere stata la mia Mami in ogni situazione», e il fratello Ian, «il Fratellì migliore del mondo, mi hai sostenuto e supportato sempre, anche quando ero io la prima a non sopportarmi». Al marito Valon dedica una riga soltanto, ma pesante: «Amore mio. La vita con te a fianco è straordinaria».

Spazio poi allo staff degli ultimi anni – Flavio, Ladina e Tom – che l'ha aiutata «a ritrovare la passione più genuina» per il suo sport: «Che fosse per andare a vincere le gare più importanti o affrontare i momenti complicati, non avete mai vacillato». Le ore in fisioterapia e in palestra, prima e dopo le gare, e «gli ultimi mesi vissuti con piccole e grandi sfide quotidiane per ridarmi la fiducia nel mio fisico».

Un ringraziamento va anche a Simone e Tamara, «i miei angeli custodi a Lugano», a Sabrina «l'amica di una vita», a Giovanni, ad Alexandre e ad Annalisa, «che mi hai sostenuto dal primo all'ultimo giorno in Swiss-Ski».

E, infine, a tutti gli altri: «A chi era seduto davanti al televisore e ha esultato con me, agli allenatori che hanno sostenuto mio papà e si sono battuti per me, a coloro che hanno scritto e commentato ricordandosi che innanzitutto ero una persona e non solo un'atleta. A chi, anche a mia insaputa, ha fatto qualcosa per permettermi di sciare. Ai bimbi che sognano di fare sport, ai genitori che li seguono». Fino agli sponsor e ai partner, «che mi hanno accompagnato e permesso di vivere di questo sport».

«C'è un momento per tutto»

La chiusura, come detto, è la parte più semplice e insieme la più definitiva. «Penso che nella vita ci sia un momento per tutto, e ora so che non è più il mio momento di mettermi un pettorale e fare delle gare. Non vedo l'ora di sciare e sono felice così».

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