
Sabato il Chiasso di Patrick Rossini avrebbe dovuto affrontare l'Aarau, per uno scontro fondamentale in ottica salvezza. Lo stop forzato dei campionati ha impedito all'attaccante ticinese di incontrare il suo passato calcistico. E proprio ieri, dalle colonne della Aargauer Zeitung, è apparsa una lunga intervista al 31enne rossoblù.
Nell'articolo si parla principalmente di Coronavirus e si fa riferimento anche al tuo stato di salute. Come stai?Mi preme fare una premessa. Dalla pubblicazione dell'articolo ho ricevute molte chiamate da amici e conoscenti, spaventati perché credono, dopo aver letto, che io abbia contratto il virus. Non è così. Alcune mie parole, complice anche il mio tedesco zoppicante, sono state un po' travisate. Ho un po’ di raffreddore e tosse, è vero, ma ho contattato subito il mio medico di famiglia che ha valutato il mio caso e mi ha rassicurato.
Ti è stato fatto il tampone?No. Sono andato dal medico, dopo averlo contattato telefonicamente e seguendo tutti i consigli che il Consiglio di Stato ha dato in queste settimane, e non ha ritenuto fosse il caso, in quanto non presentavo i sintomi.
Sei spaventato?Sì e no. Nel senso, non sono spaventato per le mie condizioni di salute o per quanto possa succedere in futuro a me, ma sono spaventato per i miei famigliari. Da quando sono uscite le prime notizie, quando tutti continuavano a vivere normalmente in Ticino tra cene, carnevali e serate in discoteca, ho limitato al massimo tutte le uscite. Resto a casa, vado ad allenarmi, e torno a casa. Credo sia indispensabile per tutelare le fasce deboli della popolazione. È facile prendere tutto alla leggera e dire “vabbè, sono sportivo, in salute, è solo un'influenza”. E magari ironizzare pure. Ma se si dovesse ammalare mia mamma? Se dovesse venire alle vostre nonne? Ecco, lì si smetterebbe di ridere. Ho due figli, non è facile, anche loro vorrebbero passare del tempo con i nonni, ma in questo periodo evitiamo. A scuola, qualche piccola passeggiata nella natura, e si ritorna a casa. Ognuno nel suo piccolo può fare tanto.
Nella tua squadra, il Chiasso, ci sono giocatori e dirigenti che vivono in Italia...Vero. Abbiamo preso tutta una serie di precauzioni per evitare al massimo le possibilità di contagio. Ovviamente non possiamo escludere al 100% che nonostante le misure questo avvenga. Non credo però spetti a me fare delle valutazioni, è giusto che le facciano gli esperti. Il mio lavoro è giocare a calcio, fare gol, non dare consigli e soprattutto opinioni in un momento così delicato.
Il calcio, appunto, come vivete questo momento?Cerchiamo di non pensarci, di allenarci sperando che si possa tornare alla normalità in tempi brevi. Ovviamente mi manca, vorrei giocare domani una partita, con il pubblico e tutte le emozioni che si vivono nei novanta minuti. Ma sono consapevole che non sia possibile. Oggi ci sono altre priorità. Il calcio, alla fine, è un gioco. Sulla salute, invece, non si può giocare.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

