
Un’altra bomba ha colpito il ciclismo. Stavolta la deflagrazione è stata enorme. A cadere dal pulpito addirittura il numero uno di questi ultimi 15 anni, l’americano Lance Armstrong. Accusato da tempo di doping, Armstrong ha deciso stavolta di non continuare a difendersi. Si sente svuotato, stufo e senza energia. Insomma, sentitosi braccato dal doping, prima dalla Wada (l’agenzia mondiale antidoping) poi dall’USADA (l’agenzia americana antidoping), ha deciso di arrendersi. A questo punto tutti i suoi successi potrebbero venir cancellati. Una notizia che non ha però sconvolto più di tanto il giornalista italiano di Repubblica Eugenio Capodacqua, che più di tutti in questi anni è stato in prima linea contro il doping. “In effetti non sono molto sorpreso: Armstrong aveva ricevuto tante accuse sin dall’inizio e si sospetti erano enormi. Lui però si era sempre ribellato, combattendo in maniera energica. Ricordiamo però che ai tempi i suoi compagni dell’US Postal avevano testimoniato di averlo visto iniettarsi sostanze proibite". Ora però ha detto basta. Secondo Lei come mai? “Smettere di lottare vuol dire ammettere la propria colpa. Se l’ha fatto significa che non c’era altra scelta. È un duro colpo anche perché lui era un mito non solo negli Stati Uniti. Scoprire che i suoi successi erano “aiutati” da basi farmaceutiche non è certo bello”. Adesso potrebbero togliergli i titoli vinti, tra cui i sette al Tour de France. “Beh, certo, anche se questa cosa non servirebbe a granché. Togliendo il nome di Armstrong infatti non è che la situazione migliori e diventi trasparente. Dietro ci sono corridori che successivamente hanno avuto a loro volta grandi problemi con il doping. A questo punto diventa quasi insensato togliere il titolo al vincitore per darlo ad altri atleti molto chiacchierati”. Ciclismo sempre più nei guai insomma. “Purtroppo lo sport in generale si è trasformato in business e quando il business diventa predominante, l’etica sportiva va a farsi benedire. Per quanto riguarda il doping nel ciclismo, a sospettare si fa peccato ma difficilmente si sbaglia. Il sistema antidoping è pieno di falle. Basti pensare che le emotrasfusioni non vengono ancora individuate e proprio Armstrong è stato tra l’altro accusato di far uso anche di questa pratica. Purtroppo i dirigenti del ciclismo stanno facendo degli sforzi ma non si sono accorti di quanto il problema sia cresciuto. Negli anni ‘90 l’uso dell’eritropoietina era diffusq a tappeto nell’assoluta insensibilità dei dirigenti e l’allora presidente dell’UCI (Unione ciclistica internazionale) Verbruggen disse addirittura che il doping non esisteva. Ora bisogna svegliarsi e applicare una politica seria altrimenti questo sport, di cui la credibilità è già ridotta a zero, morirà definitivamente”. L.S.
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