
"Non rilascio dichiarazioni". "Ciò che ho da dire è scritto nel comunicato stampa". E via di seguito... Il presidente del Bellinzona Gabriele Giulini si è trincerato dietro ad un muro di silenzio, ieri, in seguito alla decisione di non interporre ricorso contro la sentenza di fallimento della società, a causa dell'impossibilità di reperire i fondi necessari.Ma oggi, a grande sorpresa, Giulini ha deciso di confidarsi. Di raccontare la sua versione dei fatti. L'ha fatto a Radio 3i, con un lungo e commosso intervento, che vi proponiamo qui di seguito.Nemmeno in uno spy story di John Grisham, nemmeno l’immaginazione del più bravo autore di gialli del mondo avrebbe potuto creare una storia così. Ci è riuscito il presidente Gabriele Giulini, che in questa lunga intervista (45 minuti circa che trovate in allegato) racconta la sua incredibile odissea per salvare il Bellinzona. Il presidente non ce l’ha fatta, la società è fallita, ma la storia qui sotto è da leggere (o da ascoltare) tutta d’un fiato. Iniziamo. Presidente, è finita. “Ho sperato fino alla fine e adesso sono molto dispiaciuto. Mi fa tutto molto male. Ho sempre creduto in ciò che facevo e avevo delle prospettive concrete. Purtroppo ho capito che il mondo della finanza ha delle dinamiche che mi sfuggono”. Si sente ingannato? “Diciamo che ho inanellato una serie di cose incredibili: potrebbero sembrare quasi delle invenzioni e invece è la realtà. Ora devo rassegnarmi, sono stato sconfitto. Ma ho seguito delle speranze e non delle illusioni”. Come si spiega questo suo fallimento? “Credo che l’aver fallito nella ricerca dei fondi dipenda dalla crisi che c’è in giro: circolano personaggi strani, intermediari finanziari a cui magari dai fiducia quando hai l’acqua alla gola”. Ha voglia di togliersi qualche sassolino? “Ormai a cosa servirebbe? In questo periodo mi sono aiutato leggendo certi mistici e ristudiando le posizioni della chiesa. Dio aveva l’argilla, voleva fare il mondo, ma non stava in piedi. Così con l’aiuto della misericordia ha trovato la ricetta giusta. Preferisco non avere livore per nessuno, sono solo energie sprecate”. Qualcuno le ha voltato le spalle? “Non voglio cadere nessuno, però è vero che nessuno si è affiancato per darmi una mano. Anche le banche mi avevano assicurato degli invii di denari che invece non sono mai arrivati”. Cosa le ha dato più fastidio? “Tante cose, ma su tutte quelle cose false che si scrivevano su di me. Ancora domenica ho letto che il mio problema sarebbe dipeso da una fabbrica russa che è andata in difficoltà. Ma io ero uscito da quel consiglio di amministrazione tre anni fa. È una cosa che ha ancora a che fare con la mia famiglia, ma non con il sottoscritto. Tutte queste cose che sono state scritte mi hanno messo in cattiva luce verso le banche e questo non mi ha certo aiutato”. Torniamo a lunedì mattina: il giorno del fallimento. “Mi ero messo giacca e cravatta, pronto e contento. Ero convinto che avrei sistemato le cose. Quando invece la persona che ho incontrato mi ha detto che non se ne faceva più nulla, mi sono tremate le gambe per la delusione. Ho convocato i miei collaboratori e ho gettato la spugna. Mi sono scusato con loro per gli ultimi mesi durissimi che anche loro hanno dovuto vivere”. Ma quando ha capito di essere in difficoltà? “Tutti dicono che mi sono svegliato tardi ma io cercavo fondi da due anni, sia per la squadra che per lo stadio”. Ha girato mezzo mondo per trovarli, vero? “Sono stato in Tunisia, Russia, Estonia e in tante altre parti. Le dico soltanto che sono arrivato in Tunisia, per incontrare una persona, nel giorno del colpo di stato. Nel mi
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