
Tutti ricordiamo l'11 settembre, come siamo venuti a sapere degli attentati terroristici; chi ce lo disse, dove eravamo, e le ore successive incollati ai tg nel tentativo di raccapezzarsi. Conserviamo un'immagine vivida di quelle ore, condita da tutta una serie di dettagli sinestetici ed emotivi. La fotografia personale di quel giorno è custodita nella memoria dei momenti segnanti, assieme ad altre che però riguardano soltanto noi e la nostra storia privata. Nel mio album c'è solo un altro punctum temporis che credo di condividere con milioni di altre persone, registrato individualmente da ognuno in modo esclusivo.
Nel film del mio primo maggio 1994, ho otto anni e sto aspettando mio padre davanti a un bar, dove la domenica mi veniva a prendere. È in ritardo e se l'avessi saputo prima avrei guardato ancora un paio di giri del gran premio di San Marino, prima di uscire di casa. Poi arriva e dalla sua faccia intuisco subito che stavolta è un ritardo giustificabile, la sua espressione è diversa da ogni precedente. L'avevo già visto commuoversi, ma quel giorno alla commozione si mescolava una sorta di sbigottimento e incapacità appunto di raccapezzarsi. Senna si è schiantato, un'incidente pazzesco, l'hanno portato via in elicottero, è in coma forse irreversibile. Allora dentro subito al grottino per aggregarsi via tv a una sorta di capezzale planetario che alle 18.40 si è tramutato in veglia: Ayrton è morto. Seguivo sempre la formula uno in quell'epoca che è stata l'ultima intrisa di epica; la pista mieteva più vittime e correre era un volo spericolato, folle forse, tremendamente affascinante di sicuro.
Oggi, al tempo dell'Halo - l’ipsilon in titanio che sovrasta l'abitacolo, forse avrebbe impedito al braccetto della sospensione anteriore destra di trafiggere il casco del fenomeno brasiliano- non so se i bambini guardino le corse nella stessa misura della mia generazione, certamente non lo fanno con gli stessi occhi. I nostri piloti erano eroi, un po’uomini e mezzi Dei, che attraversavano l'esistenza sull'orlo di quel confine tra terra e cielo con garanzie inconsistenti di evitare una precoce fuoriuscita. La loro vocazione probabilmente era proprio questa necessità quotidiana di confrontarsi con la precarietà della vita, riconoscendone senza alibi la natura intrinsecamente fuggevole per poterne godere appieno. Quella curva il giorno prima aveva ucciso Roland Ratzenberger, ma si gareggiò lo stesso, perché lo show doveva andare in onda e perché i tempi non erano ancora cambiati del tutto. Erano comunque passati dodici anni da Gilles Villeneuve e Riccardo Paletti, ma molto più spesso che oggigiorno le disgrazie colpivano il mondo dei motori. Nell'ultimo quarto di secolo solo lo sciagurato Jules Bianchi è deceduto in formula uno. Il suo però è stato un episodio fondamentalmente diverso dai precedenti; la gru sotto la quale si è infilato a Suzuka nel 2014, si trovava temporaneamente in quel posto per togliere di mezzo un altra vettura e scongiurare rischi più prolungati, quindi per caso o per errore. O forse, perché il fato lo aspettava lì, come la nera signora col soldato a Samarcanda. Alla curva del Tamburello di Imola, il muro era invece da sempre pochi metri oltre la fine di un tratto velocissimo.
La doppia tragedia di quel weekend portò finalmente a un innalzamento sostanziale degli standard di sicurezza nei circuiti e sulle auto del mondiale, con benefici statisticamente lampanti. Di pari passo, in modo inversamente proporzionale diminuì però quell’aura mistica che avvolgeva i piloti e le loro imprese, e così parte del fascino della formula uno. Non stiamo parlando del riprovevole gusto morboso dell'incidente sanguinoso, ma dell'esatto contrario: osare alle soglie della sopravvivenza per vincere, ma senza oltrepassarla. Senna prima della gara fece modificare il piantone dello sterzo con l'intento di accrescerne la sensibilità, a posteriori osò oltre il limite, poiché questo si ruppe portandolo al macero. Fu un fine settimana affetto da una serie di calamità senza eguali visti gli incidenti gravissimi che fecero da cornice alla ripetuta apparizione della morte, ma l’evento venne comunque portato a termine registrando la vittoria emblematica di Micheal Schumacher. Vinse colui che sarebbe divenuto senza equivoci il successore di Ayrton nei termini di un dominio quantitativamente superiore, ma non l'erede di una dinastia di piloti che erano congenitamente diversi. Cinque anni più tardi, Schumi, Damon Hill e Jaques Villeneuve si erano già alternati al trono, ma in un servizio ancora reperibile su Youtube, Giorgio Terruzzi definiva quella lasciata da Senna un'eredità mancata, considerazione vecchia di vent'anni ma tutt’oggi spendibile.
Paradossalmente "The magic" è stato per certi versi un archetipo del pilota moderno. Tra i primi a costruire un fisico atleticamente più possente in funzione della guida e della tenuta sull'arco della gara; incrementò le sue proporzioni muscoloscheletriche a tal proposito: voleva dominare la macchina. Aveva spiccate capacità nella messa a punto della sua monoposto. Esattamente come le generazioni di campioni dell'era odierna, ha cercato nella meticolosità la base del proprio successo. Ciò che genera la frattura genealogica con loro è la caratura del personaggio, indice del suo spessore umano. Non è vero che i fuoriclasse di oggi sono insensibili, asettici, o che lui fosse meno cinico ed egocentrico di loro, anzi. Senna però ha avuto da sempre il carisma della leggenda, quasi sapesse di essere predestinato alla gloria inarrivabile dei miti, di appartenere all'epopea del "live fast, die young" che con lui si chiuse. Quello venuto dopo, Kaiser Schumi, sta vivendo una fine miserabile, un’agonia lenta e nebulosa, che lo condanna a impallidire nella memoria della gente soltanto come un grande primatista, sempre più dimenticabile. Il confronto è spietato con la pellicola cristallina di quel primo maggio novantaquattro, che al solo ricordo ammorba una malinconia fortissima e intatta, di quando un frammento della nostra vita diventò con Ayrton eterno.
MW
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