
Viviamo in un’epoca che ha sempre più mezzi per comunicare. Ma lo facciamo con l’immediatezza di una foto su Instagram o dei 280 caratteri per un tweet. Eppure c’è chi ancora riesce a eludere questa nostra frenesia, facendoci uscire dalle logiche della nostra quotidianità grazie ai suoi racconti. E anche per questo che le storie di Federico Buffa – impossibile dargli una precisa connotazione professionale – sono diventate dei cult per gli appassionati di sport.
Storie che raccontano le imprese di grandi atleti, le cui gesta in realtà non si limitano alla cronaca sportiva ma influenzano anche la Storia, quella vera. Con il suo ultimo lavoro “Il rigore che non c’era” parte da una partita di calcio locale, in grado tuttavia di cambiare i destini dei protagonisti, per poi seguire i percorsi di alcuni dei più grandi sportivi della storia. Abbiamo sentito Federico Buffa qualche giorno prima del suo spettacolo di Lugano, a Palazzo dei Congressi il 5 aprile…
Avvocato, “Il rigore che non c’era” è ambientato in Sudamerica, come tante delle storie che racconti. Ma come mai proprio nelle Americhe, che sia del Nord piuttosto che del Sud, a differenza del resto del mondo le storie sportive assumono una vera e propria epica?E’ più facile rispondere per quanto riguarda il Nord. Negli Stati Uniti, non esistendo un’epica tradizionale a parte quella del genocidio dei nativi americani, che non viene ricordata così volentieri, le imprese e gli uomini leggendari vengono tratti dal cinema e dallo sport. In Sudamerica invece il calcio è stato portato dagli inglesi, con la popolazione locale che ne ha dato un’interpretazione diversa, più sofferta e più passionale, con la realtà e la fantasia che diventano indistinguibili. Tanto che è diventata quasi naturalmente un fattore letterario, dove importanti scrittori hanno dedicati libri e racconti dedicati a questo magnifico sport.
Quanto è importante il viaggio nello sviluppo dei tuoi racconti?E’ fondamentale. Senza il viaggio non puoi capire come certi eventi sportivi, certe imprese, abbiano davvero caratterizzato dei momenti di vita di persone e popolazioni.
La dimostrazione che lo sport ha un ruolo importante nella società.Proprio recentemente ero ospite al Museo del Grande Torino in occasione di un documentario Sky che ho realizzato sulla vita di Gaetano Scirea ho parlato con Giorgio Chiellini di quanto a volte sia difficile ammetterlo, ma la realtà è molto visibile: lo sport e i comportamenti degli sportivi incidono nella vita di un giovane più dei suoi insegnanti e addirittura più dei suoi genitori. E Chiellini mi ha ribadito quanto, proprio per questo motivo, bisogna stare attenti a come comportarsi in campo e nella vita di tutti i giorni.
A proposito di comportamenti in campo, il giocatore NBA Russell Westbrook è recentemente finito al centro delle polemiche per aver risposto con toni minacciosi a due tifosi, che lo avrebbero insultato con toni razziali. Quanto i giocatori devono sopportare quello che viene detto dai tifosi?Conoscendo i tifosi degli Utah Jazz non mi stupirebbe se le frasi attribuite ai due tifosi fossero veritiere. Trovo che i messaggi dati dai giocatori abbiano un’importante valenza sociale. Ma quando vengono offese le tue origini, ci sono delle parti degli esseri umani che non possono non reagire e trovo quindi la reazione di Westbrook comprensibile e giusta. Come giusta la risposta della società, che ha deciso di bandire a vita dal palazzetto i due tifosi.
Ne “Il rigore che non c’era” parli di come un evento sportivo possa cambiare i destini delle persone coinvolte. Ma qual è stato il tuo personale “rigore che non c’era”?Come evento sportivo direi la vittoria del Milan dell’Intercontinentale nel 1989, con i rossoneri che si sono laureati campioni del mondo. Ero lì, un ragazzo che si era fatto 20 ore di viaggio e ne tornava con un’emozione più grande di qualsiasi fatica. Poi da piccolo ho avuto la fortuna di seguire l’hockey grazie anche alla “vostra” TSI e ricordo benissimo la vittoria della Cecoslovacchia contro l’Unione Sovietica nel 1969: molto più di una semplice partita. Uno di quei momenti fa la storia, non solo quella sportiva.
E chi è stato un giocatore che ti ha influenzato?Quando ero giovane sicuramente Donadoni: adoravo il suo modo di giocare, la sua fantasia al servizio della squadra. Mi allacciavo pure le stringe come lui: è che purtroppo mancava tutto il resto…Qualche anno fa parlavi di come i grandissimi dello sport si mettano nella condizione mentale di essere convinti di poter vincere sempre, non permettendo a loro stessi di trovare giustificazioni per i loro fallimenti.
Un campione come LeBron James però si trova di fronte al primo grande fallimento della sua carriera, con la mancata qualificazione ai playoff per i Lakers. Questo potrebbe causare una crepa nelle sue convinzioni?A mio parere gli darà molta più carica. Giocatori del genere trovano stimoli e rabbia sportiva in questo genere di situazioni. In quest’annata si è ritrovato un gruppo di giocatori molto giovani e con un solo veterano al suo fianco per guidare la squadra, Rajon Rondo. Non proprio il conducator più affidabile della Lega… Ora però vorrà con sé almeno un’altra star e probabilmente un altro tecnico.
Certo, pensare che oggi la prima squadra di Los Angeles siano i Clippers fa un po’ strano, anche per un tifoso di lunga data come te.In effetti ricordo ancora i tempi quando i Clippers giocavano nello stesso palazzetto, ma con un’illuminazione più brutta… Nella città degli angeli si sta respirando decisamente un’altra aria. E speriamo duri per un po’…
Clippers dove uno dei protagonisti è l’italiano Danilo Gallinari. Il pugno che ha sferrato in amichevole a un giocatore dell’Olanda che lo ha costretto a saltare i campionati europei rimarrà per sempre la sua grande macchia?Danilo ha mostrato pentimento varie volte: tutti noi sbagliamo e a volte la rabbia prende il sopravvento. Ma dobbiamo ricordarci di Nelson Mandela, che quando prese le redini del suo paese disse “Noi vinceremo sempre, perché o vinceremo o impareremo”.
Mandela sarà per sempre accostato alla vittoria del Sudafrica sugli All Blacks ai mondiali di rugby. Partita significativa per l’abbattimento dell’apartheid nel paese, ma pare condizionata dall’avvelenamento di alcuni giocatori neozelandesi prima della partita. Fosse vero, renderebbe meno importante il valore della vittoria sudafricana ?Recentemente ho avuto modo di approfondire quell’evento sportivo e di rivedere la finale. Ho visto una partita nervosa, ma dove il linguaggio del corpo dei sudafricani dava l’impressione che avessero una spinta emotiva diversa rispetto agli avversari. Credo quindi che le componenti che hanno portato alla vittoria gli Springboks fossero altre rispetto alla discussa teoria dell’avvelenamento.
Qualche anno fa in un’intervista raccontavi, parlando del caso Mauro Icardi-Wanda Nara, di come lo spogliatoio sia sacro per una squadra. Sono passati gli anni, le cause sono diverse, ma il ruolo di Icardi nello spogliatoio dell’Inter continua a far discutere…Sinceramente mi viene da sorridere come, a distanza di cinque anni, i problemi di Icardi siano gli stessi. Puoi anche essere un campione, anche il più grande di tutti, ma non puoi permetterti di infrangere i valori, per certi versi anche tribali, e la sacralità di uno spogliatoio.
Abituato ad analizzare gli eventi sportivi anche dal punto di vista antropologico dei protagonisti, spesso hai dimostrato doti da “veggente”. Solo in un caso non hai mai azzeccato: i New York Knicks…E’ vero (ride, ndr). Beh, ma New York è un ambiente davvero incredibile che sfugge ad ogni logica. E’ una squadra che ha assunto una cultura sportiva perdente e che per questo fa desistere i campioni ad andare lì, nonostante i soldi e la visibilità. Perché sanno che rischiano di essere assorbiti anche loro in questo circolo vizioso. Ci sono contesti che migliorano i giocatori, dove il collettivo e la cultura societaria è più forte dell’effettivo valore del singolo. I Knicks non rientrano in questa categoria…
Un po’ come Spinazzola, autore di una prestazione impressionante nel 3-0 della Juventus contro l’Atletico Madrid.Essere nella Juventus ti impone di giocare sempre per vincere, con i campioni che sono i primi a dare il buon esempio, sia in campo che come mentalità. E se a dare il buon esempio è uno come Cristiano Ronaldo, allora come abbiamo visto tutto diventa più facile… Certo, poi uno come CR7 ce lo devi pur avere in squadra, altrimenti imprese come quella della scorsa settimana non sono fatte per i comuni mortali…
MS
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