
La nozione di servizio pubblico è strettamente connessa all’interesse generale e ai bisogni della collettività. Tutti i cittadini devono poterne fruire e le prestazioni devono soddisfare bisogni della generalità della popolazione o bisogni qualificanti d’una minoranza. In questo senso, la fornitura di energia può senz’altro essere considerata come un servizio pubblico essenziale. È questo lo spirito di fondo della legge istituente l’Azienda elettrica ticinese del 25 giugno 1958, appena modificata dal Gran Consiglio relativamente alla struttura degli organi amministrativi di AET, allo scopo di offrire maggiori garanzie di competenza agli stessi. La prospettiva dell’apertura dei mercati, e quindi di un confronto diretto con il mondo della concorrenza, ha contribuito, negli ultimi anni, ad acutizzare il problema della ripartizione delle responsabilità fra il vertice di AET e il Gran Consiglio in materia di conduzione aziendale e di decisioni strategiche. Ciò ha quindi condotto all’istituzione della Commissione di controllo del mandato pubblico attribuito ad AET, nell’obiettivo di sorvegliare il rispetto di questo mandato conformemente alla natura di servizio pubblico sancita nella legge. D’altra parte, esigenze di conduzione aziendale hanno invece focalizzato l’attenzione sul fatto che in un mercato concorrenziale si pone la necessità di prendere decisioni in modo relativamente indipendente e rapido. È in particolare necessario poter disporre di una struttura organizzativa snella e dinamica, capace di riunire il più elevato livello di competenze possibile già dentro gli organi stessi dell’Azienda. La riduzione a 7 dei membri del CdA di AET, che il gruppo PLR ha condiviso pienamente, si rivela quindi come un tassello essenziale di una strategia volta ad offrire ad AET, in considerazione del servizio pubblico essenziale che la stessa deve svolgere, la possibilità di adeguare la propria struttura operativa al nuovo contesto economico e commerciale venutosi a creare, per il quale competenza ed efficienza divengono sempre più irrinunciabili per la sopravvivenza stessa sul mercato, soprattutto di attori di piccola o media grandezza. Pur sottolineando l’importanza del mantenimento di un legame ben saldo e diretto con la politica cantonale che deve definire gli indirizzi di fondo in ambito di approvvigionamento energetico, appare anche auspicabile una certa spoliticizzazione delle cariche amministrative degli enti parastatali, quindi anche di AET, a vantaggio, come detto, delle qualità professionali di chi opera negli organi dirigenti di queste aziende. È pertanto condivisibile, e da preferire, la proposta del sistema di nomina del CdA di AET da parte del Consiglio di Stato (gremio più ristretto), piuttosto che da parte del Gran Consiglio. Nell’ambito delle politiche pubbliche il ruolo del Parlamento assume importanza soprattutto in merito all’elaborazione delle leggi che istituiscono e regolano aziende pubbliche e nel controllo del rispetto del mandato pubblico attribuito loro, piuttosto che nell’ambito della nomina degli organi di dirigenza. Sono apparse inoltre anacronistiche, quasi incomprensibili, le proposte del gruppo leghista, volte ad una riduzione di minore portata dei membri del CdA, e soprattutto quella di non inserire criteri di nomina legati alla competenza. Se da una parte la Lega denunciava l’esistenza nel settore di una “cadregopoli che opera senza ritegno”, dall’altra si mostrava contraria ad una riforma che di fatto riduce i “cadreghini”, qualificando maggiormente i requisiti per occuparli. Strano davvero! Ma probabilmente qualcosa ci è sfuggito! Peccato, inoltre, che queste considerazioni della Lega si sono limitate a fare di ogni erba un fascio. Il rapporto di minoranza, poi ritirato all’ultimo momento, parlava infatti della discussione sulla riduzione dei membri di un CdA che mai ha svolto, o saputo svolgere, la propria funzione manageriale. Ci si chiede a che pro coltivare una crescente quanto ingiustificata disaff
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