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Valentina De Bianchi: Vol spécial ma solo per persone speciali…
Redazione
15 anni fa

Ho visto un bel film-documentario al Festival di Locarno: si intitola Vol spécial, del regista Fernand Melgar. È ambientato nel carcere amministrativo ginevrino “Le Frambois” dove vengono momentaneamente alloggiati gli stranieri che si vedono respingere la domanda d’asilo da parte dell’autorità federale e che, per questo motivo, devono lasciare il territorio elvetico. Il film è incentrato sulle testimonianze dirette di questi uomini (donne e bambini non vengono incarcerati) che attraverso i loro racconti ti trasportano in un mondo fatto di precarietà, molta tristezza e angoscia per il futuro. Per tutta la durata del film mi sono ritrovata da una parte ad ascoltare queste storie di vita a dir poco toccanti e dall’altra a chiedermi come sia possibile arrivare al punto che un essere umano, in Svizzera, debba essere incarcerato per essere rimpatriato. Ci deve essere qualcosa che mi è sfuggito… Riflettendoci su, e confrontando poi la mia opinione con quella di altre persone che hanno assistito alla proiezione, mi sono resa conto che il regista ha probabilmente tralasciato una serie di informazioni utili allo spettatore per meglio comprendere il percorso che può portare (non per forza di cose!) fino all’incarcerazione di un richiedente l’asilo. La Legge Federale sull’Asilo prevede la concessione di un sostegno finanziario a tutte le persone che accettano la decisione negativa dell’Ufficio federale della migrazione e che collaborano con le autorità per il proprio rimpatrio. Come? Dapprima organizzando i contatti con le ambasciate dei paesi di provenienza per l’ottenimento dei documenti di viaggio, poi attraverso un contributo monetario consegnato in contanti alle persone al momento della partenza (1000 franchi per gli adulti e 500 franchi per i minorenni: quindi una famiglia di 4 persone con due figli minorenni porta a casa 3000 franchi, oltre al biglietto aereo pagato). Infine, per i più volenterosi, la Confederazione è disposta a finanziare progetti lavorativi da implementare nel proprio paese d’origine. Queste persone non vengono incarcerate in attesa di ritornare al proprio paese ma ospitate in alloggi individuali o collettivi in piena libertà. Ma allora chi sono coloro che finiscono a Frambois? Sono cittadini stranieri che nonostante la decisione negativa, e nonostante gli aiuti e gli incentivi offerti, si rifiutano di rientrare a casa e decidono di vivere nella clandestinità, soggiornando illegalmente sul suolo svizzero e assumendosi quindi i rischi e le responsabilità che tale scelta comporta. Compresa l’incarcerazione amministrativa ed il rimpatrio forzato al momento della loro “ricomparsa” dinanzi alle autorità svizzere: per esempio a seguito di un normale controllo di polizia alla guida di un’automobile. Ma anche a quel momento viene loro concessa un’ulteriore possibilità di richiedere il rilascio di un qualsivoglia tipo di permesso oppure di rientrare attraverso un volo di linea (non speciale); è solo dinanzi alla conferma della decisione di rimpatrio e del loro rifiuto di collaborare che le autorità sono costrette a rimpatriarli attraverso un volo speciale. Ora ritengo di avere qualche elemento in più per meglio comprendere il film e la politica sull’asilo attuata in Svizzera; non che questo tolga spessore ai drammi umani dell’immigrazione, ma quantomeno mi fa riappacificare un po’ con l’immagine del mio Paese che al termine della proiezione mi era sembrata un po’ vacillante. Valentina De Bianchi vice presidente Associazione Donne PPD

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