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Sara Rossini
Tre posti di lavoro. Seicento candidature
Redazione
22 giorni fa
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Un numero come tanti altri. Ma in questo caso racconta molto più di quanto sembri. 600 sono le candidature arrivate per 3 posti di impiegato/a amministrativo/a. Non parliamo di ruoli dirigenziali o particolarmente prestigiosi. Parliamo del primo gradino di una carriera d’ufficio. Facendo un calcolo semplice, significa che ogni candidato ha circa lo 0,5% di probabilità di ottenere quel posto. In altre parole: 1 possibilità su 200.

E per un giovane alla prima esperienza la partita è ancora più difficile. Perché spesso deve competere con persone che hanno già qualche anno di lavoro alle spalle o con candidati che hanno ottenuto un Bachelor in economia. Anche per loro il mercato è ormai saturo, al punto che questo titolo sta diventando quasi il nuovo requisito per accedere a posti che un tempo erano semplicemente da impiegato amministrativo.

Già questo dato dice molto su come è messo oggi il mercato del lavoro in Ticino. È probabile che una parte delle candidature arrivi dall’estero. Ma anche togliendo questa quota, il numero resta impressionante. Significa che centinaia di persone con una formazione commerciale cercano lo stesso tipo di impiego, mentre in altri settori le aziende fanno fatica a trovare personale.

Basta parlare con le aziende dell’artigianato per sentire sempre la stessa frase: “Non troviamo giovani.”

Ed è qui che emerge il paradosso del nostro mercato del lavoro: tantissime candidature per i lavori d’ufficio e sempre meno giovani nei mestieri artigianali e tecnici.

Lo sentiamo dire spesso, quasi come una battuta: i futuri ricchi saranno gli idraulici, i falegnami, gli elettricisti. Dietro questa frase c’è però una realtà concreta. Sono mestieri che continueranno ad avere domanda, mentre altri ambiti rischiano di diventare saturi o di essere progressivamente sostituiti dall’intelligenza artificiale.

E il futuro rischia di essere ancora meno roseo per chi continua a inseguire il posto di lavoro ritenuto “più prestigioso”. Oggi chi sceglie apprendistati come piastrellista, pittore o gessatore, … è sempre più spesso un giovane inserito in percorsi di integrazione o proveniente dall’Italia. E, a dirla tutta, per fortuna che ci sono. Senza di loro molti posti di apprendistato resterebbero vuoti.

Nel frattempo, il risultato lo vediamo già oggi: giovani diplomati che restano a casa per anni alla ricerca di un impiego, mentre chi ha scelto una professione artigianale entra subito nel mercato del lavoro con uno stipendio più che dignitoso per la giovane età.

Tra una decina d’anni potremmo trovarci davanti a una situazione paradossale. Da una parte giovani arrivati da altri Paesi che avranno accettato professioni considerate meno prestigiose, ma che nel frattempo avranno lavorato, fatto esperienza e magari fatto carriera.

Dall’altra giovani cresciuti qui che continuano ad aspettare il “posto giusto”, rischiando di restare ai margini del mercato del lavoro o di dover ripartire da zero in una professione scelta non per convinzione, ma per necessità.

Questo perché si continua imperterriti a guardare solo al presente, senza pensare al domani. Ed è forse questa la vera condanna per molti giovani.

Il problema non è la mancanza di lavoro. Il problema è dove lo cerchiamo.

Forse la domanda da porsi non è più: “Che lavoro mi piacerebbe fare?” Ma piuttosto: “Quali lavori avranno ancora bisogno di persone tra dieci o vent’anni?”

Ma per cambiare davvero questa tendenza anche l’economia deve mettersi in gioco. La vera domanda diventa quindi un’altra: come rendere i contesti aziendali dei settori artigianali e tecnici realmente attrattivi per le nuove generazioni?

Sara Rossini, fondatrice Fill-Up apprentice sagl

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