
Nelle ultime settimane si è discusso sugli accordi fiscali presi tra il nostro Governo e quelli di Germania e Gran Bretagna sulla regolamentazione della doppia imposizione. Accordi per ora solo formali che, a mio personale parere, avremmo potuto fare a meno di sottoscrivere, se solo il nostro Consiglio Federale non avesse calato i pantaloni durante e dopo il bubbone americano con l’UBS. Oggi, alla luce di questi accordi, bisognerebbe cercare di salvare il nostro “Titanic” (salvaguardia del sistema fiscale e quello che rimane del segreto bancario, scongiurando lo scambio automatico delle informazioni personali dei clienti esteri), un Titanic vicino all’affondamento come, purtroppo, l’originale colato a picco all’inizio ‘900. Questi due accordi, sebbene non siano così favorevoli alla Svizzera come qualcuno del mondo bancario e politico vuol far credere (basti leggere la bozza dell’accordo con la Gran Bretagna), hanno avuto per lo meno l’effetto di cogliere di sorpresa l’apparato politico europeo e coloro che, come il Ministro italiano Tremonti, miravano esclusivamente ad applicare la normativa europea sullo scambio unico delle informazioni sui cittadini europei. Secondo il Ministro tedesco, l’intesa raggiunta con la Svizzera è nell’interesse dell’Europa e questo, aggiungo io, la dice tutta su quanto i Paesi vadano d’accordo all’interno dell’UE. Sul Corriere della Sera dello scorso 27 ottobre, è emerso infatti tutto il disappunto del Ministro Tremonti, il quale ha precisato che questo accordo tra Germania e Gran Bretagna, da una parte, e Svizzera (considerata da Tremonti uno dei paradisi fiscali), dall’altra, non rientra tra le intenzioni strategiche della Comunità. Il Ministro ha sottolineato che farà di tutto per opporsi, sia in sede europea sia al momento di affrontare il dossier della doppia imposizione con il nostro Paese. Par di capire che sia una guerra dichiarata, o sbaglio? Dell’ex fiduciario Tremonti, e delle sue attività intercorse sulla piazza finanziaria luganese nel corso di svariati anni, sappiamo ormai tutto. Cambiati i tempi e l’abito, ora, da Ministro dell’economia, magari con una punta di gelosia, viste le finanze deficitarie italiane da lui gestite, cerca di ostacolarci tenendoci sotto pressione con ogni mezzo, non solo con gli scudi, che alla base potrebbero starci, ma soprattutto con il modo in cui ha orchestrato la propaganda giornalistica diffamatoria contro il nostro sistema bancario. Il buon Ministro dell’economia italiano sta prolungando la “guerra economico-finanziaria” contro la Svizzera. È notizia di qualche mese fa che, infischiandosene dell’accordo siglato dalla Svizzera con l’OCSE (di cui l’Italia ne fa parte), ha voluto iscrivere il nostro Paese in alcune delle sue liste nere, meglio chiamate “black list” (fa più chic). Di cosa si tratta? Sono elenchi che comprendono Paesi come San Marino, Monte Carlo, Svizzera e altri, che secondo Tremonti non rispecchiano i parametri di collaborazione fiscale con la Repubblica Italiana. Ma come, la vicina Penisola disconosce apertamente l’autorità istituzionale dell’OCSE ? Oggi ci troviamo nella situazione in cui le nostre società (di servizi e/o produttive), per poter operare in Italia, devono consegnare dati anagrafi, partite IVA, fatturazioni, codici fiscali e altre informazioni sensibili all’autorità fiscale italiana. Ma Tremonti non si ferma qui, perché una nuova “invenzione” sta per arrivare, in sella al decreto legge italiano del 31 maggio di quest’anno, no.78 articolo 36, con nuove disposizioni antifrode, che prevedono limiti nella circolazione del contante e l’impossibilità, per le banche italiane, di intrattenere relazioni con fiduciarie, trust e società anonime localizzate in Paesi considerati non collaborativi, i cosiddetti “paradisi fiscali”. L’Europa che dice? Niente, ovvio. È quindi in questo pollaio di burocrati e ipocriti, che i socialisti svizzeri vorrebbero far aderire la Svizzera? Sembra di sì, dopo il
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