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Tiziano Galeazzi: Caro Cantone Ticino, chi dorme non piglia pesci…
Redazione
16 anni fa

Lo scorso 18 luglio sul Corriere della Sera è apparso un articolo curioso, inerente l’assemblea nazionale di piccoli imprenditori italiani svoltasi a Busto Arsizio (Varese). In sala, tra l’incredulità e la curiosità, si aggirava un “uomo d’affari svizzero” che, regolarmente invitato, informava circa i potenziali vantaggi fiscali e operativi derivanti dal “delocalizzare” le sedi di queste aziende italiane in Svizzera, più precisamente nei cantoni di Ginevra, Berna, Vaud, Neuchâtel, Friborgo e Vallese. Il distinto signore in questione, secondo l’articolista del Corriere della Sera, Claudio Del Frate, vantava la snellezza burocratica elvetica, il rapporto azienda-Stato-fisco, e soprattutto l’azzeramento delle tasse (0%) nei primi cinque anni, nel caso l’imprenditore estero avesse delocalizzato l’impresa con la creazione di almeno dieci posti di lavoro. Dall’articolo emergeva un sentimento misto tra ammirazione e stupore tra i congressisti arrivati da tutta la Penisola. Sembrava che avessero scoperto “l’Eden imprenditoriale sulla Terra”. Per contro, in Italia, spiega Del Frate, per aprire una “bottega”, ci vogliono anni e mille autorizzazioni burocratiche di altrettanti Ministeri; dulcis in fundo, non dimentichiamo di tralasciare un’imposizione fiscale superiore al 55%. Ebbene, al primo impatto, leggendo l’articolo, mi ha fatto piacere sapere di questa iniziativa confederata, dove i sei Cantoni citati hanno “osato” andare oltre confine, in questo caso in Italia, Paese UE, proponendosi in maniera attrattiva in ogni campo, anche fiscale, quasi a voler sfidare l’Unione Europea stessa, rea di aver più volte criticato e interferito nella Confederazione Elvetica, libera e sovrana (il popolo) sul regolamento fiscale di ogni singolo Cantone (non come disse invece qualche settimana fa il Ministro italiano degli Esteri, Frattini, che “il Parlamento italiano è sovrano”: poveri loro, dico io, ma in fondo questi sono gli effetti dell’appartenere all’UE e guai a noi a pensare d’entrarci!). Ad ogni modo, qualche riflessione sull’azione intercantonale non ho potuto fare a meno di farla. Mi sono chiesto: perché, in questa “cordata” composta da Cantoni romandi e tedeschi, non vi era il Cantone Ticino? Busto Arsizio, dopo tutto, è vicino ai nostri confini cantonali, eppure altri si sono recati in Italia per trovare nuovi investimenti e nuove aziende d’accogliere, con la conseguente creazione di nuovi posti di lavoro e opportunità. In Ticino, invece, che facciamo? Ovviamente, “dormiamo o litighiamo”. Esempio per tutti, discutiamo da anni sulle aperture dei negozi e dei locali nei giorni festivi e la sera. Uno dei rari Paesi al mondo dove alle sette di sera, in città, non vi è più anima in giro (andate a vedere cosa succede in Europa, Cina e negli USA, dove svariati negozi sono aperti anche 24 ore al giorno). Facciamo grandi discussioni tra sindacati e padronato sugli orari di queste aperture. Da una parte, i sindacati si comportano come “talebani di Kabul”, dall’altra non si vogliono adeguare i salari sul lavoro festivo o notturno. Per continuare, ogni volta che in Parlamento si accenna a qualche ritocco al ribasso delle aliquote fiscali per le persone fisiche e giuridiche, la sinistra nostrana si scatena e minaccia referendum, in nome dell’uguaglianza e dei regali fatti solo ai ricchi (mah). Comportandoci così, rimarremo sempre un Cantone mediocre, inesorabilmente posizionato tra metà e fondo classifica nazionale, mentre a Busto Arsizio ci vanno gli altri. Complimenti! A mio giudizio, in Ticino la classe politica deve essere più coraggiosa, intraprendente e capace di osare di più. Non possiamo permetterci di continuare a perdere tempo bloccando qualsiasi iniziativa competitiva, solo per il gusto di difendere principi e ideali superati dal tempo e dalla storia, come accadeva nelle economie estere che fino a qualche decennio fa appartenevano al blocco sovietico. Un esempio arriva pure dalla Cina, che ha scoperto da anni il binomio vincente tra economi

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