
Prossimamente il popolo svizzero sarà chiamato a votare sulla riduzione del canone radiotelevisivo. L’attuale canone di 365 franchi è confrontato con la volontà del Consiglio federale di abbassarlo a 300 franchi: una misura che comporterà un risparmio complessivo di circa 270 milioni nei prossimi anni. È una decisione importante, che avrà inevitabilmente ripercussioni anche sul piano occupazionale, sia a livello nazionale sia ticinese. Parallelamente, vi è l’iniziativa popolare federale “200 franchi bastano”, che propone una riduzione ancora più drastica del canone. Il tema merita un dibattito approfondito e sereno, perché riguarda non solo le finanze pubbliche e domestiche, ma anche il ruolo del servizio pubblico, la sua missione e, in definitiva, il modo in cui concepiamo la nostra convivenza nazionale. Io stesso guardavo con favore all’iniziativa “200 franchi bastano”. Ritenevo necessaria una forte pressione affinché la SSR si riorganizzasse, diventasse più moderna, meno ridondante e più attenta ai costi. Tuttavia, oggi la mia posizione è cambiata e sostengo invece il canone a 300 franchi. Ecco perché: la SSR sta cambiando davvero, ha capito il messaggio del Paese. La riduzione a 300 franchi non è un semplice ritocco cosmetico: implica tagli per 270 milioni, una cifra che costringe la SSR a ripensare profondamente il proprio assetto. E infatti il processo è già iniziato, con una riforma strutturale che mira a modernizzare l’azienda, snellire l’organizzazione, digitalizzare i processi e ridurre i costi. In altre parole, la SSR ha dimostrato di aver percepito il segnale arrivato dalla popolazione e dal Parlamento. Sta dando prova di responsabilità e sta intraprendendo la strada del risparmio e dell’efficienza. Tuttavia, lo sta facendo senza rinunciare al proprio mandato di servizio pubblico, un mandato tipicamente svizzero, che mira a garantire la coesione nazionale, sostenendo anche le regioni periferiche e linguisticamente minoritarie, che altrimenti rischierebbero di essere messe ai margini o completamente escluse dal mercato mediatico. Federalismo e plurilinguismo non sono lussi: sono le fondamenta della Svizzera, che si reggono con successo sulla coesistenza di più lingue, culture e sensibilità. Il federalismo e il plurilinguismo non sono solo caratteristiche identitarie: sono i pilastri che hanno permesso di costruire un modello di convivenza, solidarietà e integrazione unico nel suo genere. Per questo motivo ritengo che questi valori non possano essere sacrificati sull’altare esclusivo delle finanze, pur importantissime, specialmente in un momento economicamente complesso come quello attuale. Dunque, tagliare, sì. Sfigurare il Paese, no. Il rischio è chiaro: nel tentativo di risparmiare, potremmo compromettere proprio quei principi che i Padri della Confederazione hanno voluto proteggere e tramandare. Potremmo ritrovarci si con finanze più in ordine, ma a un prezzo troppo alto, con conseguenze che, nel lungo periodo, sarebbero ben più nefaste dei milioni risparmiati. La sfida è dunque quella di riformare senza snaturare: la SSR, e con essa la RSI, deve ora dimostrare di sapersi reinventare davvero ristrutturandosi, adottando nuove forme di produzione, sfruttando meglio le tecnologie, contenendo i costi, ma senza mettere in discussione il più grande patrimonio che abbiamo: essere una Confederazione che unisce, non che divide. Questa è la sfida. Un equilibrio complesso, ma possibile. Una scelta di fiducia e responsabilità. Penso che puntare sul canone a 300 franchi sia una scelta equilibrata e responsabile. Permette di ottenere risparmi importanti, costringe la SSR a migliorarsi, ma evita di mettere a repentaglio la rappresentanza delle minoranze linguistiche e il ruolo unificante del servizio pubblico. Spetta ora ai dirigenti della SSR e della RSI dimostrare di essere all’altezza del compito: sorprendere, innovare, evolvere. Io, per parte mia, ho deciso di dar loro fiducia perché voglio continuare ad avere una televisione Svizzera a colori, capace di rappresentare tutte le anime del Paese e non ritornare a un sistema mediatico in bianco e nero, dove alcune regioni svaniscono ai margini dell’immagine.
Fabio Rezzonico, Vicepresidente PLR Lugano
