
La proposta di eleggere direttamente i membri del Governo federale non è nuova. In più occasioni è stata sollevata a livello parlamentare e due volte – nel 1900 e nel 1942 – respinta dalla maggioranza del popolo e dei Cantoni. A sostenerla allora era il Partito socialista, escluso dall'esecutivo federale. Questa volta è l'UDC - scocciato per l'unico seggio “riconosciuto” nonostante la maggioranza relativa in Parlamento e i successi riscontrati nelle votazioni nazionali - a rispolverare l'idea in virtù di una giusta rappresentanza nell'esecutivo della volontà popolare. Il partito di Toni Brunner avrà ora tempo fino al 26 luglio per raccogliere le 100'000 firme necessarie alla riuscita dell'iniziativa denominata “elezione del Consiglio federale da parte del popolo”. La modifica costituzionale propone un voto secondo il sistema maggioritario, con un unico circondario elettorale, con un primo turno a maggioranza assoluta e un secondo a maggioranza semplice. Da tale impostazione trascende implicitamente la volontà di imporre la supremazia della Svizzera tedesca - numericamente parlando sia per quanto concerne i Cantoni, sia i votanti - sulle altre realtà linguistiche e culturali del Paese. Per salvaguardare - o più che altro per non escludere - queste componenti del Paese, i promotori ritengono sufficiente l'introduzione di una “clausola delle minoranze” che riserverebbe due seggi a rappresentanti della Svizzera romanda o italiana. Generazione Giovani non può accettare l'impostazione data all'iniziativa dai suoi promotori, atta a trasformare il sistema politico elvetico in un confronto tra personalità note - come sempre più accade oltre i confini nazionali - a discapito dei principi fondanti il Paese, quali la concordanza, il federalismo e la sussidiarietà. I promotori dell'iniziativa sostengono una politica fatta da leader conosciuti, capaci di accrescere la loro notorietà presso l'opinione pubblica - soprattutto grazie all'importante presenza nei media d'oltralpe - possibilità in buona parte preclusa agli esponenti politici delle zone linguistiche non germanofone. Un'ulteriore personalizzazione della politica limiterebbe l'accesso al Governo federale unicamente a politici molto profilati, alimentando la pericolosa miccia del populismo e le sue esplosive conseguenze. L'elezione popolare per il Consiglio federale provocherebbe un grave scompenso tra i rappresentanti delle zone urbane (densamente popolate) e quelli delle zone periferiche, con un impoverimento della pluralità delle opinioni e delle sensibilità per tutte le componenti del Paese. La clausola a salvaguardia delle minoranze non tiene conto delle peculiarità delle due regioni linguistiche minoritarie. La Svizzera italiana, che già oggi fatica ad eleggere un suo rappresentante nel Governo federale e che da tempo chiede di attuare misure concrete per attualizzare tal presenza (vedi aumento dei membri dell'esecutivo da sette a nove), non dispone di un bacino elettorale equivalente o perlomeno competitivo come quello della Svizzera romanda. Tutti i tentativi attuati in questi anni per riportare una giusta rappresentanza della lingua e della cultura italiana non soltanto in seno al Governo, ma anche nel parlamento e nell'amministrazione federale, risulterebbero improvvisamente vani con l'approvazione dell'iniziativa popolare. Infine, la sottomissione al giudizio quadriennale da parte del popolo obbligherebbe anche i membri del Consiglio federale a coltivare e rinnovare le simpatie presso gli elettori. Questa logica di “campagna elettorale” permanente a livello federale si distanzia dal principio della concordanza e della collegialità, pilastri su cui poggia l'ordinamento politico elvetico. Il rischio di una perdita della discrezionalità, di un aumento delle tensioni e della concorrenza tra i ministri e i loro rispettivi funzionari, di saturazione politica dei media, è da tenere nella giusta considerazione nel dibattito sulla proposta di eleggere direttamente il Governo federal
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