
Pochi mesi fa, nessuno sapeva che esistesse il virus SARAS-CoV-2. In poche settimane si è diffuso in quasi tutti i paesi, infettando 952.000 persone di cui conosciamo e molte altre che non conosciamo. È bastato poco per distruggere economie, mettere sotto pressione i sistemi sanitari, riempiere gli ospedali e svuotare gli spazi pubblici. Ha separato le persone dai luoghi di lavoro e dai loro amici. Ha sconvolto la società moderna su una scala alla quale la maggior parte dei viventi non ha mai assistito.
Una pandemia globale di questa portata era inevitabile. Da molti anni, centinaia di esperti di salute hanno scritto libri, white paper e messaggi di avvertimento sulla possibilità. Bill Gates lo aveva esposto in un video del suo TED Talk. A ottobre, la Johns Hopkins Center for Health Security aveva pubblicato uno scenario su ciò che potrebbe accadere se un nuovo coronavirus spazzasse il globo. E poi mesi dopo uno l’ha fatto, iniziando dalla Cina e espandendosi in tutto il mondo.Ci siamo indignati perché alcuni erano più preoccupati delle conseguenze economiche, quella stessa economia neoliberista del XX secolo che ci porterà sull’orlo del collasso, se dopo questa crisi non ci avviamo a cambiarla riportando equilibrio. Il virus ci ha dato la possibilità di “rallentare” ogni attività e guardare in profondità e senso critico quello che era ritenuto impossibile fino a pochi mesi fa. Dalla metà del XX secolo, lo sviluppo economico globale ha contribuito a togliere dalla povertà milioni di persone in tutto il mondo. Ma questo sviluppo economico globale ha alimentato un drastico aumento nell’impiego delle risorse della Terra, dovuto principalmente agli stili di vita ad alto consumo di risorse nei paesi ad alto reddito. È un’epoca economica nota come “Grande accelerazione” per l’impennata nell’attività umana. Tra il 1950 e il 2010, la popolazione mondiale globale è triplicata e il Pil mondiale è cresciuto di sette volte, ma allo stesso tempo gli impatti di questa drammatica intensificazione sono chiaramente visibili nei sistemi viventi della Terra oltre a profonde disuguaglianze sociali.
Necessitiamo un sistema economico nuovo che possa tenere conto dei confini naturali della Terra, il nostro tetto, il limite oltre il quale non dovremmo aggiungere ulteriori pressioni se vogliamo salvaguardare la stabilità della nostra casa e diminuire la vulnerabilità all’esplosione di epidemie in futuro. Ci siamo risvegliati inermi di fronte alla natura, pensavamo di essere al riparo da qualsiasi pericolo e ignorando per anni i segnali che ci avrebbe permesso di salvare vite. In questo momento abbiamo paura, siamo spaventati ma sarebbe un grande errore pensare che una volta terminata l’emergenza, potremo continuare come se nulla fosse successo, il cambiamento climatico potrà iniziare ad essere vissuto come un pericolo concreto e non l’annuncio di qualche scienziato lontano. È ora di agire.Nelle culture andine, il buen vivir, letteralmente “il vivere bene”, è una visione del mondo che da valore a una pienezza della vita in comunione con gli altri e con la Natura. Ecco, penso che questa esperienza ci debba far comprendere l’importanza della natura, che dà la vita quindi rispettiamo i suoi confini; la società che è fondamentale quindi coltiviamo le sue connessioni; l’economia che è diversa quindi sosteniamo tutte le sue componenti; i nuclei domestici che sono il nucleo quindi diamo valore al loro contributo complessivo; il mercato che è potente quindi integriamolo con saggezza; i beni comuni che sono creativi quindi liberiamo il loro potenziale; lo stato che è essenziale quindi facciamolo partecipare; la finanza che è al servizio quindi facciamolo servire la società; il business che è innovativo quindi diamogli uno scopo; il commercio che è a doppio taglio quindi rendiamolo equo; l’energia che è pervasiva quindi evitiamone l’abuso.
Stefano Dias – Partito Verdi Liberali Lugano
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