
L’estate politica è stata caratterizzata dalla sostituzione di Pascal Couchepin in Consiglio federale, vicenda che ha coinvolto da vicino la Svizzera italiana e il Ticino, da oltre 10 anni assenti dal Governo nazionale. Comunque la si voglia vedere, l’elezione di un membro del Consiglio federale è prima di tutto una questione di rapporti di forza tra i vari partiti rappresentati all’Assemblea federale, come è normale che sia e come è in tutti i Paesi in cui il governo è eletto dal Parlamento. In genere il sistema prevede che al governo vada il partito o la coalizione che è in grado di essere sostenuta da una maggioranza stabile. In Svizzera da 50 anni non è così, il criterio è quello di una presenza proporzionale di tutte le forze politiche maggiori, ma questo meccanismo, che ha fatto l’originalità della Svizzera e che ha dato anche buoni frutti, mi sembra ormai giunto al capolinea. La questione della rappresentanza regionale o linguistica è importante, soprattutto in un Paese multiculturale e multilingue come il nostro, ma per questo tipo di elezione rimane un fattore comunque secondario. Per questo la scarsa considerazione della Svizzera italiana nel contesto nazionale non va misurata, a mio modo di vedere, con questo metro, ma semmai con la qualità e la solidità dei rapporti tra le autorità ticinesi o svizzero italiane e quelle federali, con la presenza di svizzero italiani nei quadri dell’amministrazione federale. Qui certamente possiamo e dobbiamo fare di più, ammesso che si sia capaci di presentare persone valide e di avere posizioni condivise e realistiche, cosa che evidentemente non è sempre il caso. Inutile negarlo, a sud delle Alpi su alcune questioni che investono direttamente i nostri rapporti con Berna siamo divisi. Su alcune infrastrutture importanti (raddoppio del Gottardo, collegamento A2/A13, maxi posteggio a Giornico), per fare un esempio, sui rapporti tra noi e l’Unione europea, per farne un altro. Se a ciò aggiungiamo l’immagine, che non è certamente delle migliori, il quadro è completo. Per arrivare ad una rappresentanza fissa della Svizzera italiana nel Governo nazionale alcuni hanno proposto l’aumento del numero dei consiglieri federali da 7 a 9. A mio parere è una cosa che si può sostenere, ma credo che prima che una questione di rappresentatività regionale questa sia una questione di buon funzionamento del Governo, nell’interesse del Consiglio federale stesso. Ritengo infatti altamente improbabile che oggi sette persone siano in grado di gestire concretamente tutti i dossier della politica svizzera, come collegio e come responsabili di settore. Per questo un Consiglio federale a 9 (ma anche a 11) ci starebbe senz’altro, con la presenza fissa di un italofono, di cui però non dobbiamo sovrastimare la portata. Per fare un esempio, e non me ne voglia l’interessato, qual è stato il saldo concreto per il Ticino dei 13 anni in Consiglio federale di Flavio Cotti? Sul piano cantonale l’estate ha visto la consegna di quasi 9000 firme per il referendum contro il furto degli aiuti anticrisi e la partenza della raccolta di firme per l’iniziativa sulle scuole comunali. Due argomenti di peso, che saranno certamente al centro del dibattito politico nei prossimi mesi, come lo saranno il risparmio energetico negli alloggi, proposta consegnata nell’iniziativa popolare depositata in aprile e che il Governo si appresta a bocciare, e la riforma del sistema dei premi di cassa malattia, sul cui tema il PS ha pendente un’iniziativa popolare di salvaguardia, oltre a una serie di proposte parlamentari, segnatamente sulla necessità di correggere il limite dei sussidi verso l’alto già a partire dal 2010. Tutto ciò in un contesto economico che rimane difficile e che ha degli effetti concreti sull’occupazione. Il primo confronto aperto lo avremo il 29 novembre, con il referendum fiscale. Lo abbiamo detto e ridetto, non si tratta di chiedere più soldi alle aziende, ma di pretendere che chi fa utili non si sottragga al
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