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Scuola ticinese in difficoltà?
Redazione
17 anni fa
Claudio Franscella

“Constatiamo con preoccupazione che il livello della formazione in Ticino si sta da tempo deteriorando”. Questa è una frase tratta dall’appello che porta il significativo titolo: “Fermiamo la deriva della scuola in Ticino”, sottoscritto recentemente - ed è la prima volta - da tutte le associazioni magistrali e della scuola attive in Ticino. Un appello accorato e condiviso anche da molte famiglie ticinesi e da diversi docenti, che dimostra una seria preoccupazione per l’attuale situazione della scuola ticinese. Oggettivamente la scuola, in particolare la scuola media ticinese (ma non solo), manifesta qualche evidente problema e la soluzione non è da cercare nel silenzio generale. Il tema scuola va quindi affrontato e il nostro sistema - a tutti i suoi livelli - deve essere sottoposto a discussione per renderlo capace di rispondere alle odierne aspettative e alle evoluzioni degli ultimi anni. Un primo aspetto riguarda il ruolo e l’identità del docente: da tempo si parla di ridefinire i compiti della scuola, di riflettere sul ruolo del docente, sul rapporto con i Comuni o sulla ridefinizione del servizio di sostegno pedagogico, ma poi concretamente poco si muove e questo costringe la scuola del territorio - quella vissuta - ad una situazione effettiva di crisi d’identità. La funzione del docente sta quindi inevitabilmente perdendo di attrattività e lo costatiamo con la mancanza, in alcune materie, di candidati con titoli di studio adeguati. Occorre quindi prestare effettiva attenzione ai temi sollevati dai docenti stessi, dalle associazioni sindacali della scuola e promuovere un confronto serio sulla professione insegnante. Un altro tema di riflessione concerne la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti che, in Ticino, sembra piuttosto lacunoso: in effetti il tasso di partecipazione ai corsi di formazione è inferiore alle altre regioni svizzere. È quindi necessario sapere quale peso si vuole dare alla formazione continua dei docenti per tenere il passo con gli sviluppi nelle loro rispettive discipline, anche alla luce del passaggio dell’ASP alla SUPSI. Se poi ci concentriamo sulla scuola dell’obbligo, vediamo come la stessa abbia subito in questi decenni numerose riforme puntuali, ma poco concertate tra i diversi gradi di scuola. E’ quindi opportuno ripensare quelli che in questo momento sono i tre cicli (prescolastico, SE, SM), in particolare considerando la necessità di un piano di studio coordinato tra settori, in un’ottica di continuità nell’intera scuola dell’obbligo dai 4 ai 14 anni. Questo significa necessariamente rivedere i programmi della scuola elementare (datati 1984) tenendo in considerazione gli orientamenti della scuola dell’infanzia (datati 2000) e la Mappa formativa della scuola media (datata 2004), oltre a dare avvio a un progetto di riforma globale dell’insegnamento delle lingue a tutti i livelli e a rivedere, in modo chiaro, il ruolo del sostegno pedagogico che finora si è occupato, ad esempio, anche della scuola dell’infanzia senza un adeguamento del personale. E numerose sono le mozioni e le iniziative parlamentari, giunte recentemente sul tavolo della Commissione scolastica, che toccano proprio queste tematiche. Iniziative meritevoli di attenzione che però, se trattate individualmente e senza una visione generale che le possa inserire nel sistema scolastico con criterio e coerenza, rischiano di diventare dei semplici cerotti. Il concordato HarmoS può e deve quindi diventare l’occasione per ridare coerenza, progettualità pedagogica e continuità educativa tra i vari settori. Solamente con una visione globale dell’intero sistema scolastico obbligatorio e con scelte forti e coraggiose di effettiva politica scolastica, sarà possibile dare delle risposte adeguate ai problemi che vengono evidenziati, oramai, da più parti. Questi sono i segnali che abbiamo lanciato al direttore del DECS, on. Gabriele Gendotti, durante il recente dibattito parlamentare sui consuntivi 200

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