
In questi giorni si discute molto sul tema delle case secondarie, di vacanza; su quale limite dare alla loro espansione per una gestione parsimoniosa del suolo e del paesaggio. Al di la delle pur legittime scaramucce fra le forze politiche questo fenomeno investe tutto il nostro paese e dobbiamo trovare il modo per salvaguardare il nostro paesaggio e inevitabilmente anche la vivibilità del nostro territorio, dove intendiamo il territorio come “bene comune”. Partendo da questa osservazione proviamo a ragionare per un attimo sul tema delle case secondarie. La casa di vacanza è stata una vera e propria esigenza sociale del cittadino della civiltà industriale moderna, la cui diffusione è avvenuta soprattutto a partire degli anni cinquanta. Un’esigenza che ha dato un forte impulso all’edilizia e a una nuova forma d’industria, quella del turismo. Oggi ti è sufficiente un rapido sguardo alle più o meno famose cittadine del nostro paese per accorgerti quali scempi edilizi siano stati perpetrati senza alcun rispetto per il paesaggio. La soluzione del problema sembra molto semplice: fermare la costruzione di abitazioni nelle località di lago e di montagna, demolire ciò che deturpa il paesaggio, edificare rispettando vincoli rigorosissimi che sostanzialmente impedirebbero l’insediamento di nuove case. Il ragionamento per audace che sia non sembra fare una piega. Dialogo immaginario: conversando al bar...Capisco la tua obbiezione: sostieni che deve esserci la possibilità di costruire senza recare una ferita mortale al paesaggio. Ti ricordo che la bellezza del paesaggio dipende dal modo in cui si rispetta l’equilibrio tra naturale e artificiale ma per la nostra attuale cultura architettonica sul problema dell’edilizia di massa nelle località turistiche, la risposta è purtroppo inevitabilmente negativa. Giustamente mi fai notare che c’é però un diritto morale che non può negare alla gente “umile” – priva di disponibilità economiche per acquistare lussuose ville – di possedere una casa di villeggiatura, come luogo di riposo e, anche, di investimento dei propri risparmi. Questa libertà non può essere negata dalla democrazia moderna: deve essere disciplinata, ma a noi oggi manca, appunto, la cultura per un’edilizia popolare di qualità nelle località turistiche, in grado di consentire la costruzione di case a prezzi contenuti. La possibilità di costruire e di possedere una casa dove si vuole è una fondamentale libertà democratica. Far coesistere questa libertà con la bellezza del luogo, e in particolare con la natura, rappresenta una sfida dell’architettura che non si vince negando quel diritto fondamentale, ma neppure concedendo indiscriminatamente la possibilità di cementificare in modo selvaggio per favorire speculazione e profitto. La sfida – nei nostri tempi certamente ardua – è ritrovare l’equilibrio tra costruzione e paesaggio, tra uomo e natura, anche introducendo nuove normative se necessario. Se c’è coscienza nel rispetto del paesaggio, del suo valore per la vita dell’uomo e della natura, quella sfida potrà non essere persa. Ma se la cultura di una società emette la sentenza di morte contro la natura e il paesaggio perché ritenuta un’inutile eredità di una tradizione da superare, allora non solo il dominio del cemento sarà incontrastato, ma ci troveremo un mondo senza eticità, che omologa il tutto al niente e riduce il tutto ad un buon affare da realizzare a tutti i costi, in cui volgarità e violenza vengono tollerate con indifferenza come se questo fosse un prezzo quotidiano da pagare per sopravvivere. Roberto Bernardi, architetto
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