
Giovedì scorso il Consiglio Nazionale ha votato a favore di un’iniziativa parlamentare per la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi delle stazioni di servizio sui grandi assi stradali. Dalla sinistra e dai suoi rappresentanti sindacali c’è stata una levata di scudi contro questa proposta, rea – secondo loro – di andare ad attaccare il diritto dei lavoratori di non lavorare la domenica e durante la notte e di essere un espediente per in realtà andare a liberalizzare gli orari di apertura di tutto il settore. Ancora una volta, i compagni socialisti dimostrano di non sapere in che realtà vivono, ma soprattutto, per il bene di un’ideologia sempre più oggi indifendibile, non hanno alcuna conoscenza del settore e di quale profonda crisi stia attraversando. Oggi in Canton Ticino, a causa della crisi economica e congiunturale, sono in pericolo realtà commerciali di tutto rispetto che danno posti di lavoro a uomini e donne del nostro Cantone. Poco importa che siano di domenica o in altri giorni della settimana. Vi sono donne che espressamente richiedono di poter lavorare la domenica per poter così disporre del resto dei giorni della settimana da dedicare ai loro figli e alla loro famiglia. E i socialisti che tanto rappresentano –dicono – i lavoratori e le lavoratrici, vorrebbero negare loro questo diritto? Volenti o nolenti, viviamo oggi tutti in una società globalizzata in cui regole ed orari sono mobili a dipendenza delle necessità e dei bisogni. Al di là delle nostre frontiere, sono stati costruiti centri commerciali aperti sette giorni su sette fino alle 22.00, che guardano alla clientela ticinese come ad una preda appetibile. Come possiamo difendere il settore ticinese se non offriamo le stesse condizioni di lavoro? E non è vero che così facendo, sono i piccoli commerci di quartiere a farne le spese. Non è vero, perché il piccolo commercio di quartiere o di città, se non ha legami di orario potrà sempre e comunque offrire il suo prodotto di qualità al suo cliente. Abbiamo tanti piccoli commerci di eccellenza in alcuni settori , macellai, salumieri, panettieri e pasticcieri tra gli altri, dove è il servizio che fa la differenza. Di fronte all’anonimo servizio di un centro commerciale, in cui tutti i prodotti sono uguali ed omologati, il piccolo commercio fa la differenza con la tipologia del suo prodotto e con l’accurato servizio offerto. Il piccolo commercio, se offre un prodotto di qualità vicino a casa, non avrà nulla da temere. Una liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi avrà quale conseguenza un aumento dell’offerta di posti di lavoro. In un periodo di crisi economica come questa, non ci si può limitare ad un no ideologico verso questa proposta, dimenticandosi delle opportunità di lavoro che verrebbero a crearsi. UNIA ha già dichiarato che contro questa proposta, verrà lanciato un referendum e che sono sicuri di vincerlo. Se malauguratamente così dovesse essere, che UNIA e i vari sindacalisti si assumano però pubblicamente la responsabilità della chiusura dei centri commerciali, dei negozi e di altre attività commerciali del nostro Cantone, con la conseguente sparizione di tutti i posti di lavoro. E poi non chiediamoci perché la gente va a fare la spesa in Italia. Roberta Pantani, Consigliera Nazionale Lega dei Ticinesi
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