
Le misure adottate dalla Confederazione per il raggiungimento dell’uguaglianza fra uomo e donna (in ambito professionale come tra le mura domestiche), destano perplessità e scetticismo. Tra le varie misure, le quote rosa sono le meno apprezzate e, nel contempo, le più fraintese. L’obiettivo di colmare il gender gap persistente nei vari ambiti della vita sociale e lavorativa porta a domande quali: «Incluse solo perché donne?». Innanzitutto è necessario chiedersi se il genere femminile, in Svizzera, sia davvero incluso e rappresentativo nel mondo del lavoro. Il rapporto Schilling, studio indipendente pubblicato ogni anno sul sito della Confederazione, evidenzia come nei vertici aziendali dei 100 maggiori datori di lavoro del Paese, ovvero nei Consigli di amministrazione e delle Direzioni generali, la presenza di donne si attesti al 34% (in Francia, Italia e Norvegia raggiungono il 45%). Davanti ai numeri assumiamo l’evidenza di una risposta: «No, in Svizzera le donne non sono significativamente incluse nel mondo del lavoro, specialmente nei posti dirigenziali».
Malgrado i dati le quote rosa continuano a irritare portando ad esclamare che «È offensivo coinvolgere le donne solo in quanto donne». Di nuovo però, i numeri parlano chiaro: nelle Università svizzere le donne rappresentano il 53% degli studenti e il 45% di chi svolge un dottorato (swissinfo.ch). Se la loro presenza crolla ai vertici delle scale gerarchiche non è per mancanza di competenze, bensì per pregiudizi che portano a considerare il genere maschile più atto ad assumere compiti dirigenziali di alto rischio e responsabilità. Le quote rosa creano un quadro giuridico che porta a includere le donne laddove, per abitudine e preconcetto, verrebbero escluse. La vera domanda da porsi è: «Escluse solo perché donne?»
Antonia Boschetti, PS Mendrisiotto e Basso Ceresio.

