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Usman Baig
Povertà lavorativa in Ticino: la sfida silenziosa
Redazione
11 ore fa
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Il primo agosto, mentre la Svizzera festeggia, in Ticino c'è una ferita che pochi menzionano: la povertà di chi lavora.

Lo so bene, non è un numero in un grafico - perché conosco direttamente diversi professionisti, famiglie, donne e giovani che in questo momento vivono una situazione di precarietà nel nostro cantone. Sono persone che lavorano e si impegnano, ma fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Persone che dopo i 50 anni si sentono già escluse dal mercato del lavoro. Giovani che guardano al futuro con più incertezza che speranza. Avere un lavoro non dovrebbe significare scegliere tra pagare l'affitto e mettere qualcosa nel piatto.

Tuttavia, oggi in Ticino, una persona su quattro è a rischio povertà, e i working-poor sono il doppio rispetto alla media svizzera. Dietro questi numeri ci sono le facce di chi conosco, le storie che mi raccontano, e la fatica quotidiana di chi non chiede favori, ma solo rispetto e una possibilità concreta.

Un'idea di dignità che viene da lontano - Jean Ziegler lo ha scritto chiaramente: un lavoro senza dignità è una forma di schiavitù moderna, solo più elegante. Giorgio Orelli, nei suoi romanzi, raccontava già della fatica silenziosa di chi vive ai margini, senza voce e ascolto. Oggi quella solitudine la vedo anch'io, non solo nei dati.

In Ticino, meno persone rispetto alla media svizzera possono dire di contare su qualcuno in caso di bisogno. Non siamo solo più poveri. Siamo più soli. Questo lo sento ogni volta che qualcuno mi confida le proprie difficoltà, spesso con un misto di vergogna e rassegnazione che non dovrebbe esistere nel nostro cantone.

Cosa si può fare, davvero? Da queste storie che conosco nasce la convinzione che ci voglia un patto sociale reale, non uno slogan. Servono salari che permettano di vivere, non solo di sopravvivere. Dobbiamo smettere di considerare gli over 50 un problema e iniziare a vederli come una risorsa, con incentivi pratici per le assunzioni, formazione e mentoring. Per i giovani che ho incontrato e che lottano per avere un percorso stabile, ci vuole uno supporto reale ai costi di formazione e contratti che offrano prospettive invece di precarietà. Occorre anche ascoltare, sul serio, chi spesso resta escluso dal dibattito pubblico: i frontalieri, le famiglie monoparentali, le donne che devono affrontare lavoro precario e responsabilità familiari, le minoranze.

Non è buonismo, è l'unico modo per costruire una vera coesione.

Come diceva il filosofo Hans Saner, la dignità non si negozia. È un diritto di tutti, non un privilegio per pochi. Il Ticino può tornare competitivo e coeso solo se rimette al centro le persone reali, quelle che incontro ogni giorno e che portano il peso di un sistema che spesso le ignora.

Servono salari dignitosi, spazi per chi ha più esperienza, opportunità vere per i giovani e ascolto per chi è spesso trascurato. Sono investimenti (non costi) sul nostro futuro. La povertà nascosta non è un destino inevitabile. È una sfida che si affronta con scelte coraggiose, non con parole vuote.

In questo primo agosto, vale la pena ricordarlo: la vera forza della Svizzera non sta nei numeri sul PIL, ma nella capacità di garantire dignità a tutti, davvero a tutti. Solo insieme possiamo costruire un Ticino dove lavorare significhi ancora avere dignità e un futuro.

Usman Baig, economista aziendale SUPSI e membro Comitato Cantonale Verdi Ticino

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