
Voterò sì all'iniziativa per la sostenibilità perché ritengo che essa ponga finalmente una questione che la politica svizzera evita da troppo tempo: la crescita demografica del nostro Paese e i suoi limiti.
Da decenni la Svizzera compensa il proprio deficit demografico attraverso l'immigrazione. Invece di adottare politiche familiari efficaci che permettano ai cittadini di avere i figli che desiderano, si è preferito ricorrere sistematicamente all'importazione di manodopera. È una soluzione facile, che non affronta le cause del problema. Se una società non riesce a garantire condizioni favorevoli alla famiglia, alla natalità e alla trasmissione tra generazioni, dovrebbe interrogarsi sulle proprie scelte politiche prima di cercare altrove le “risorse umane” di cui ha bisogno.
Dietro questa politica vi sono anche forti interessi: per molti ambienti economici è più conveniente attrarre continuamente nuova manodopera dall'estero piuttosto che investire nella formazione, nel miglioramento delle condizioni di lavoro o in una politica familiare ambiziosa. In questo senso l'immigrazione di massa diventa una scorciatoia che permette di mantenere bassi i costi del lavoro e di alimentare la crescita economica senza affrontarne le conseguenze sociali, territoriali e ambientali.
Ma vi è anche una questione morale che raramente viene affrontata. Quando i Paesi ricchi attirano medici, infermieri, tecnici, insegnanti, ingegneri e lavoratori qualificati provenienti da Paesi in via di sviluppo, sottraggono a questi ultimi “risorse umane” essenziali per il loro futuro. Mentre si moltiplicano i discorsi sulla solidarietà internazionale, si continua a favorire un modello che priva molti Paesi delle energie migliori di cui avrebbero bisogno per svilupparsi.
La vera solidarietà non consiste nello svuotare i Paesi più fragili delle loro competenze e delle loro forze vive. Consiste nell'aiutarli a creare condizioni di vita dignitose sul proprio territorio. Significa favorire investimenti produttivi, infrastrutture, scuole, ospedali, accesso all'acqua, sicurezza e opportunità economiche affinché le persone possano costruire il proprio futuro nel Paese in cui sono nate, vicino alle loro famiglie, alla loro lingua e alla loro cultura.
Troppo spesso, invece, si assiste a una forma di neocolonialismo economico che non si limita più soltanto allo sfruttamento delle risorse naturali, ma si estende anche alle “risorse umane”. I Paesi più ricchi continuano ad attirare le competenze formate altrove, mentre i Paesi di origine sopportano i costi della formazione e subiscono le conseguenze dell'emigrazione. Questo sistema viene presentato come progresso e apertura, ma finisce spesso per favorire soprattutto gli interessi degli ambienti economici che beneficiano di una manodopera abbondante e a basso costo.
L'iniziativa per la sostenibilità non nasce dall'ostilità verso gli stranieri. Chi cerca di ridurla a una questione di razzismo evita il vero dibattito. La Svizzera è sempre stata un Paese aperto e continuerà ad esserlo. La questione è un'altra: quali sono i limiti di una crescita demografica continua e quale livello di immigrazione può essere assorbito senza compromettere la qualità della vita, la coesione sociale, il territorio e la capacità di integrazione?
Se invito dieci persone a casa mia, desidero che possano sentirsi a loro agio, essere accolte con attenzione e trovare lo spazio necessario per stare bene. Se ne invito cinquanta nello stesso spazio, rischio di non offrire più condizioni adeguate a nessuno. Questo non significa odiare le quaranta persone in più. Significa semplicemente riconoscere che esistono limiti oggettivi e che una buona accoglienza richiede responsabilità.
Siamo di fronte a una classica inversione accusatoria: coloro che da anni difendono un modello di crescita demografica fondato sull'immigrazione e che hanno contribuito a creare le tensioni attuali in materia di alloggi, mobilità, infrastrutture e integrazione accusano ora i sostenitori dell'iniziativa di voler provocare il caos. Ma i problemi che denunciano come conseguenza del sì sono precisamente quelli che molti cittadini osservano già oggi. L'iniziativa non intende creare una difficoltà nuova; nasce dalla volontà di affrontare difficoltà già esistenti.
Vi è infine una questione culturale e politica: una certa visione globalista tende a considerare le identità nazionali, le tradizioni e le appartenenze storiche come ostacoli da superare. In questa prospettiva, le differenze tra i popoli sarebbero destinate a dissolversi progressivamente in uno spazio globale sempre più uniforme. Io credo invece che la ricchezza del mondo risieda anche nella pluralità delle culture, delle identità e delle comunità politiche. Difendere la propria identità non significa disprezzare quella degli altri; significa riconoscere che ogni popolo ha il diritto di conservare la propria storia, le proprie tradizioni e le proprie peculiarità.
Votare sì all'iniziativa per la sostenibilità significa chiedere una politica più responsabile, una politica che sostenga le famiglie svizzere, che affronti seriamente le sfide demografiche, che aiuti davvero i Paesi di origine a svilupparsi: la vera sostenibilità non consiste nell'ignorare i limiti, ma nel riconoscerli e nel governarli con responsabilità.
Maria Pia Ambrosetti

