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Perchè un convegno annuale sull’industria?
Redazione
19 anni fa
Paolo Fioravanti

La parola industria non è tradizionalmente molto sexy a queste latitudini, ma la vostra presenza ci conforta, perché ci conferma che sotto sotto l’interesse per il ruolo dell’industria in una società occidentale avanzata è ancora vivo. Non ci dimentichiamo infatti che, non più di quattro-cinque anni fa, molti in Svizzera davano come cosa certa il passaggio ad una società post industriale, data la ormai prevedibile incapacità del settore secondario elvetico ad avere le carte buone per competere nel nuovo quadro competitivo internazionale. Uno scenario questo che suscitava in alcuni la non confessata speranza di potersi finalmente liberare dai fastidiosi capannoni industriali, dal traffico pesante che il manifatturiero origina e magari dello stress inevitabile in un settore professionale che non promette tranquillità. Per quanto riguarda più specificamente il nostro Cantone, come non ricordare in tempi più recenti le conclusioni di un’interessante inchiesta qualitativa svolta presso 40 personalità del mondo economico e culturale alle quali veniva chiesto di immaginare gli assi prioritari di sviluppo per il nostro futuro! In base all’analisi delle diverse esternazioni si giungeva alla conclusione che il Canton Ticino dovrebbe puntare su: formazione, ricerca, rapporti con Lombardia, servizi, infrastrutture, aggregazioni urbane, turismo, cultura, multiculturalità, energia. Di industria (20% del PIL cantonale) neppure un cenno. Una distrazione collettiva? Ai posteri l’ardua sentenza! Ci possiamo parzialmente consolare con il fatto che, almeno a livello nazionale, gli adepti del declinismo industriale hanno messo da un paio d’anni la sordina alle loro profezie. Non potevano fare altro a fronte di un settore industriale che, con la sua capacità di battersi sui mercati internazionali, ha dato il “là“ ad una robusta ripresa economica che si perpetua dal 2005. Lungi da me la tentazione di attribuire tutto il merito di questo spettacolare rilancio unicamente al settore industriale. Gran parte del sistema-Paese ha dimostrato di saper mettere in campo gli strumenti giusti per essere competitivo. La bassa inflazione, i tassi d’interesse favorevoli, la oculata gestione degli Accordi Bilaterali con la EU, la flessibilità del mercato del lavoro,la qualità dei servizi, l’alto livello di formazione e motivazione dei lavoratori, quadri e dirigenti non sono calati dal cielo, ma sono il frutto della ancora viva capacità elvetica di dare risposte pragmatiche ai problemi reali, al di fuori di pregiudizi ideologici. Questa ancora attiva simbiosi tra società e mondo imprenditoriale ha permesso alla Svizzera di affrontare con successo prima l’impatto con la liberalizzazione dei mercati europei e più recentemente quello più temibile con la prima globalizzazione. Ma siamo solo all’inizio di un percorso, e nessuno meglio dell’impresa industriale sa che niente é acquisito per sempre e che, se la globalizzazione ha moltiplicato le opportunità, ha anche moltiplicato le minacce. Di qui nasce la necessità di ravvivare il dialogo tra il mondo dell’impresa sempre più confrontato ai rapidi cambiamenti di scenario, sempre meno beneficiario di rendite di posizione, sempre più artefice dei processi di “distruzione creativa” e la società che, al contrario, sempre più aspira a sicurezza, stabilità e protezione per tutti. Il Paese, la Regione, il Territorio che troverà la migliore sintesi tra questi due esigenze in contrasto e che genererà la più proficua alleanza tra impresa e società sarà vincente. Il mondo industriale più avanzato è sempre più cosciente che il proclamare senza timori la centralità di valori d’impresa come la competizione, la competenza, la meritocrazia, il rischio, non può essere disgiunto da un atteggiamento di responsabilità verso il territorio su cui opera, perché non c’è crescita per nessuno se si creano disagi, si suscitano timori e non si riesce ad amalgamare i valori di impresa con i valori della società. Purtroppo la nostra società, parlo

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