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Paolo Sanvido - Espiare la pena a casa propria
Redazione
13 anni fa

Interrogazione parlamentareLodevole Consiglio di Stato, il Prof. Barone-Adesi, professore ordinario e già decano della Facoltà di scienze economiche dell'Università della Svizzera italiana, quest’oggi ha pubblicato un contributo molto interessante che riporto qui di seguito: I ticinesi vivono da tempo in un clima di crescente insicurezza. Nonostante gli encomiabili sforzi di magistratura, polizia e guardia di confine, la popolazione teme sempre di più per la propria incolumità fisica e i suoi beni. È comprovato che questa spiacevole situazione trae origini fuori dal Ticino. L'apertura delle frontiere in Europa ha portato con sé notevoli spostamenti di popolazione. La crisi economica che affligge da anni la comunità europea ha ridotto le opportunità per molti immigranti dall'Europa orientale e da altri continenti. La grande maggioranza di questi immigranti affronta con dignità le difficoltà economiche, ma inevitabilmente alcuni cedono alla tentazione dell'arricchimento criminale. Da qualche anno si sono aggiunti a essi i criminali incalliti dell'Est Europa, attratti dalle nuove opportunità. Recentemente sono rimasto sorpreso dal ricevere un ringraziamento da un'amica della borghesia balcanica, compiaciuta che la sua città è diventata molto più sicura. Mi diceva che ormai quasi tutti i loro piccoli criminali si sono trasferiti in Europa occidentale, dove il bottino è più promettente, le sentenze penali più miti e, mal che vada, le prigioni più accoglienti. Credo che quest'amica abbia centrato il problema dal punto di vista economico, o se si preferisce, dell'utilità criminale. Se vogliamo contrastare efficacemente la criminalità occorre affiancare all'operato della magistratura e della polizia misure che riducano l'attrattività del Ticino come meta della criminalità. Per ridurre il valore atteso dei furti è possibile incentivare le misure di sicurezza private, come i sistemi di allarme, attraverso misure fiscali. Una migliore distribuzione delle stazioni di monitoraggio sul territorio e l'uso di telecamere in posizioni strategiche anche aiuterebbe. Per quanto riguarda la punizione del crimine, il rispetto del principio di proporzionalità e di uguaglianza di fronte alla legge non mi pare lasci grandi spazi di manovra. Credo fermamente che in una società questi compiti spettino allo Stato. Nei giorni scorsi il Texas ha approvato una legge che autorizza gli studenti ad andare armati all'università. Mi dispiacerebbe vedere qualcosa del genere a Lugano, dove tra l'altro sarebbe inutile per contrastare la criminalità transfrontaliera. Dove invece esiste ampio spazio di manovra è invece nell'esecuzione della pena. Le prigioni svizzere sono piccole, costano molto ai contribuenti e offrono scarso deterrente per criminali reduci dalle carceri di Ceausescu o Hoxha. Credo che la Svizzera dovrebbe cercare accordi con i paesi dell'Europa orientale, per consentire che le sentenze siano espiate nei Paesi di origine dei detenuti. Questi Paesi naturalmente non hanno un incentivo a riprendersi questi soggetti, ma la differenza tra i costi di detenzione in Svizzera e in questi Paesi consente ampio margine per negoziare accordi vantaggiosi per tutti, nel rispetto dei diritti umani. Questi Paesi, infatti, sono membri del Consiglio d'Europa e molti tra essi sono associati all'Unione Europea. Le loro strutture di detenzione sono soggette agli stessi principi che valgono in Europa occidentale e sono monitorate da Amnesty International e da altri gruppi umanitari. Perché lo schema di trasferimento dei detenuti abbia successo, è necessario un po' di pragmatismo. Se insistessimo sul principio che ciascuno paghi per i propri detenuti o su rimborsi bassi, la burocrazia troverebbe infiniti modi per deragliare questa iniziativa. D'altra parte la Svizzera già contribuisce notevolmente al fondo europeo per lo sviluppo di questi Paesi. Sembra ragionevole chiedere che le sue proposte siano asc

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