
La liberalizzazione del mercato dei servizi è uno dei temi più dibattuti, nella scena politica, nella pubblicistica e sui mass media. In questo ambito, che svaria dall’energia ai trasporti, dalle assicurazioni all’acqua, si assiste, al di là delle dichiarazioni di principio, ad una convergenza quanto mai inaspettata tra la grande impresa, la sinistra politica nelle sue variegate forme e le nuove istanze socio-politiche, che per sintesi chiameremo “populiste”. La convergenza sta paradossalmente nella negazione del mercato, che la grande impresa vorrebbe annacquato attraverso la costruzioni di oligopoli, la sinistra politica annullato nominalmente a tutela della centralità dell’utente in realtà a difesa dello statuto del funzionario e che l’area populista piegato ad un controllo politico con la pretesa di garantirne la “trasparenza”. In realtà tutte queste componenti partono da un giudizio del mercato come fatto meramente politico, cioè imposto per decisione politiche. È pur vero che la ratifica legale è stata decisa da Governi e Parlamenti, ma la causa è davvero tutta ed unicamente politica ? Tutti sembrano infatti ignorare che il sommovimento in atto sia invece figlio di una rivoluzione tecnologica che ha radicalmente modificato il nostro modo di vivere, di comunicare, di aprirci al mondo ed all’economia. Una rivoluzione che non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti e soprattutto sconta, come naturale, un ritardo culturale nella sua percezione. In questo senso la tecnologia è stata molto più veloce della nostra capacità di elaborarla e metabolizzarla. Prendiamo l’esempio dell’energia elettrica, fino a qualche anno fa dominata da un paradigma ereditato direttamente dall’ottocento e basato su “grandi unità di produzione centralizzate” e una “distribuzione all’utente finale diffusa”. Questo paradigma ha di fatto reso inefficace la liberalizzazione politica decisa dall’EU all’inizio del nostro secolo. La produzione centralizzata esige infatti un’alta intensità di capitale ed è dunque campo esclusivo di grandi imprese oligopoliste. L’utente disponeva di poche leve per influire sui propri consumi e quindi poteva al massimo comperare lo stesso prodotto da pochi fornitori, gli oligopolisti di cui sopra. La rivoluzione tecnologica sta invece prepotentemente, soprattutto a partire dall’inizio del presente decennio, scardinando questo modello. L’impatto dei sistemi di produzione rinnovabili e diffusi (solare, micro-cogenerazione domestica, ecc.) a prezzi sempre più ridotti sfida l’oligopolio detenuto dai produttori. Mentre le tecnologie passive ed attive di gestione dei consumi (ad esempio la domotica e l’home storage) permettono al consumatore di “governare” i propri fabbisogni, aprendo la strada a prodotti sempre più “tailor made”. La crisi di tante grandi aziende elettriche, tra cui anche Alpiq, si spiega anche per l’impatto che le rinnovabili hanno giocato su mercati (come l’Italia) nei quali per decenni ha dominato e sui cambiamenti nei consumi. In sostanza la tecnologia, più che la politica, determina una “democratizzazione” del sistema, cambiando ruolo e percezione dell’utente, non più solo consumatore, ma anche potenziale produttore e fornitore si servizi. Questo cambiamento tecnologico dovrebbe fare da battistrada ad un approccio diverso delle imprese rispetto al mercato e non a caso le più veloci a reagire sono quelle con radici nelle telecomunicazioni, che da più lungo tempo si trovano confrontate con la rottura dei paradigmi “storici”. Esemplare in questo senso l’iniziativa di Swisscom Energie di unire in un pool utenti di boiler, riscaldamenti elettrici, pompe a calore, comandandone il funzionamento a distanza (grazie di nuovo allo sviluppo tecnologico) e disponendo in momenti topici del mercato di una “centrale virtuale” di potenza simile ad una moderna centrale nucleare, ma molto più flessibile. Se lo si guarda sotto quest’ottica il mercato è inarrestabilmente spinto dal basso ed il tentativo di imporgli laccetti politici al servizio
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