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Paolo C. Minotti - 6 settimane di vacanze: sgambetto alle imprese
Redazione
14 anni fa

Difficilmente si potrebbe immaginare un’iniziativa più insensata di quella su cui siamo chiamati a votare l’11 marzo p.v.. Ne abbiamo avuto la conferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, ascoltando il dibattito televisivo a “Piazza del Corriere” di settimana scorsa. Di fronte ai due fautori del no (il signor Modenini e la direttrice d’azienda signora Alessandra Alberti) che dicevano cose di scontato ma apprezzabile buon senso, vi erano due tipici sindacalisti che ripetevano solo insulsaggini completamente avulse dalla realtà del mondo del lavoro e rispondenti a una visione libresca delle esigenze del mondo del lavoro. Intanto, coi tempi che corrono (quando il tema del momento per molti giovani e meno giovani nei Paesi europei occidentali è la mancanza di lavoro e, anche alle nostre latitudini, il problema vero è il dumping salariale favorito dalla libera circolazione delle persone), una simile iniziativa merita già il Guinness dei primati per mancanza di tempismo. Infatti, sono proprio sicuri lorsignori sindacalisti che coloro che il lavoro per fortuna ce l’hanno mettano al primo posto dei loro auspici una o due settimane in più di vacanze? E che non preferirebbero magari invece una maggior sicurezza del lavoro anche nel futuro e, se possibile, con un ragionevole incremento della remunerazione (perché va detto che le remunerazioni in questi ultimi lustri per vaste fasce del ceto medio e medio-basso sono stagnate)? E non vedono lorsignori sindacalisti che parecchi lavoratori reali non sanno che farsene delle vacanze supplementari se faticano a sbarcare il lunario con lo stipendio che ricevono e che, quindi, talvolta preferirebbero magari lavorare di più (età e salute permettendo) per guadagnare qualche soldo in più? E come non vedere che, mentre un incremento delle remunerazioni - beninteso laddove le aziende se lo possono permettere - ha effetti positivi per l’economia nel suo insieme, le vacanze supplementari imposte per legge danneggiano per contro l’economia del nostro Paese, penalizzandola nel confronto con la concorrenza estera, senza peraltro essere di grande giovamento ai dipendenti (soprattutto se la penalizzazione dell’azienda ha come conseguenza la riduzione delle commesse e quindi licenziamenti o chiusura dell’azienda)? Queste domande sono ovviamente retoriche, perché la risposta è implicita. E poi: le nostre aziende sono sottoposte a una difficile concorrenza internazionale, al franco forte e via dicendo, e noi come vi rispondiamo? Mettendo nella Costituzione l’obbligo di lavorare di meno!?! Proprio una bella trovata, come la classica zappa sui piedi! Ma quel che mi ha colpito è la rigidità mentale dei citati fautori di questa iniziativa: essi ragionano con schemi teorici, considerando i lavoratori come numeri e massa, a cui neanche lontanamente si vuole lasciare libertà di scelta, e considerando i tempi di lavoro come un montante suddividibile a piacimento a tavolino, senza tenere conto delle esigenze diversificate e delle possibilità molto difformi dei vari settori economici e delle varie aziende. Essi non sono neanche capaci di immaginare lontanamente come funziona un’azienda e come funziona l’economia reale, forse perché non vi hanno mai lavorato e sono stati impiegati statali o burocrati sindacali sin dall’inizio della loro attività (stavamo per dire: sin dalla nascita…..). Giova forse ripeterlo una volta di più: un conto è assorbire una settimana supplementare di vacanza per la burocrazia statale o anche per una grande burocrazia privata (avendo lavorato, seppure tanto tempo fa, per una banca, posso dire che le ore effettivamente lavorate in vasti settori bancari erano a quei tempi ben lontane dalle 42 o 43 ore settimanali ufficiali e il settore bancario avrebbe potuto quindi da lungo tempo adottare le sindacali 40 ore settimanali; se non lo fece subito fu più che altro per solidarietà con gli altri settori dell’economia); ben diversa è invece la situazione e ben più difficile è l’assorbimento della diminuzione dell’orario lavorativo per una piccola o media azienda (sia a

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