
L’Asia sta affrontando da qualche settimana la terza ondata di Covid, un ritorno che ci si aspetta più lungo dei precedenti considerato che siamo appena entrati nei mesi più freddi dell’anno. La Corea del sud, malgrado un apprezzabile degrado degli indicatori che ha messo in allarme l’opinione pubblica, ha deciso di restare al livello di guardia di 3 (su una scala di 5) per quanto attiene le misure di distanziamento sociale, una decisione politica di riguardo verso l’economia. Nel peggior periodo della pandemia, lo scorso marzo, i casi positivi non hanno superato gli 850 giornalieri su una popolazione di 51 milioni di abitanti, con una positività dei tamponi del 3%. In termini di incidenza è un fattore 100 inferiore a quanto registrato in Ticino (e in Svizzera). Uno dei fattori di questo contenimento è legato ai frequenti casi di epidemia che ha colpito i paesi del sud-est asiatico negli ultimi 20 anni e che li ha resi non solo fra i più competenti dal punto di vista delle misure di prevenzione e di contrasto, ma ha elevato le aspettative della popolazione verso i propri governi. Inutile dire come di questa competenza l’occidente non si è avvantaggiato, considerato il modo in cui si sono mossi la maggior parte dei Paesi. Uno degli strumenti che più ha contribuito al successo nel contenimento in Corea del sud è stato il Contact Tracing. In Ticino la procedura prevede un’intervista alle persone risultate positive al tampone sui luoghi del contagio e le persone frequentate (analisi ambientale), confidando nella correttezza e completezza delle informazioni raccolte; la realtà è che le persone non hanno sempre la volontà di dire tutto, non sempre ricordano quello che devono, e comunque non possono fornire l’identità di chi non conoscono. Pur imponendo la quarantena a chi è entrato in contatto prolungato senza protezione con i casi indice, non ci si sofferma sul comportamento e le frequentazioni di questi ultimi. Il centro di prevenzione e controllo delle malattie coreano monitora i contatti relazionando le banche dati (GPS, transazioni commerciali, sistemi di video-sorveglianza) con vere e proprie inchieste sui luoghi dei contagi. Quando i suoi operatori telefonano, non lo fanno per chiedere dove siete stati, ma per imporre il tampone e la successiva quarantena, verificata tramite un riscontro giornaliero dei sintomi e della vostra posizione. Il fatto che i cittadini accettino questa (limitata) intrusione della loro privacy non è un fatto politico, ma culturale. La corea non è uno stato totalitario, ma una democrazia liberale. Il benessere del prossimo ha un’importanza centrale in un sistema originariamente confuciano che si manifesta nella lingua, nell’organizzazione sociale e politica del paese. In contrasto con questa impostazione, la nostra tradizione democratica non è una garanzia di solidarietà collettiva. Un approccio di tal specie, guardando alle reazioni sollevatesi dall’applicazione nazionale di tracciamento dei contatti, avrebbe vita breve. Anche in questo caso, come per il vaccino, possiamo dire che vi è un’errata interpretazione di cosa significhi libertà. In una democrazia, il popolo deve assumersi le proprie responsabilità quando impedisce alla politica (e alla scienza) di operare per il bene comune. Non ci resta che attendere la prossima pandemia per capire se la Svizzera avrà imparato dal proprio passato il miglior modo per interpretare il concetto di solidarietà.
Paolo Bernasconi, ex consigliere comunale per I Verdi, Bellinzona
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