
Mai come in questi giorni si è scritto e detto di tutto e di più a proposito di un topolino, anzi tre. Raramente un’idea, un’immagine, e soprattutto una parola – balairatt – sono stati all’origine di un simile profluvio di reazioni tanto scomposte quanto inutili, vuote, fuorvianti e – a pensarci bene – anche ipocrite e strumentali. Ma di ciò non bisogna meravigliarsi: siamo in campagna elettorale e ogni occasione è buona per alcuni per indignarsi e pontificare dopo essere saliti sulle spalle del nemico designato, autogratificando così il loro bisogno di protagonismo e – nella speranza di mettersi dalla parte dei “buoni e vittoriosi” e di coloro che, a forza di luoghi comuni uniti a una buona dose di ipocrisia e di retorica politically correct, pensano di essere più furbi del volgo – illudendosi ancora di poter così cavalcare e manipolare senza rischi e a basso costo quello che sembra scontato e pagante in termini di facile consenso e di ricaduta di immagine! Ahimé per costoro, le cose non sono però così semplici. Così facendo si fanno i conti senza l’oste, e cioè senza le stesse persone che si vogliono in tal modo strumentalizzare. Il concetto di buono o cattivo, di bello o brutto e di giusto o sbagliato non è, qui, quello mutuabile dalle fiabe. A forza di indignarsi in modo coatto per tutto quanto narcisisticamente non conviene, non piace, non si capisce o non si vuol capire, si finisce per nuocere al processo civile e democratico e si svuota così di senso un concetto prezioso e rigoroso, come quello nobilissimo insito nella parola indignazione, per il quale bisogna dimostrare – in questo caso allora sì – coraggio e capacità massima di giudizio indipendente e responsabile, equanime, critico ed etico. E, magari, anche una memoria non selettiva o a geometria variabile: si pensi solo, a questo proposito, a come vengono calpestati i diritti dell’Uomo in Cina e alla sorte del premio Nobel cinese per la pace attualmente in carcere, ai vergognosi quanto esecrabili festeggiamenti internazionali in onore di Gheddafi e del suo regime dittatoriale, ai recenti episodi di sciacallaggio mediatico del dolore umano da parte di certa TV spazzatura o, ancora, al caso dello pseudoartista T. Hirschhorn che qualche anno orsono ha pensato bene di urinare su un’immagine dell’allora Cons. federale C. Blocher, e divulgare al mondo la sua performance. Ma ritorniamo a balairatt. È iniziata, dicevo, la campagna elettorale e i temi che inevitabilmente verranno sollevati sono quelli che toccano le preoccupazioni della gente, tutti i giorni, e che non vedono soluzioni! Il problema non è però imputabile ai lavoratori frontalieri onesti e virtuosi quanto invece, evidentemente, ai politici che non hanno saputo e non sanno tutelare gli interessi ed il futuro del lavoro, dei lavoratori e delle loro famiglie, nonché risolvere il grave disagio sociale e le preoccupazioni di una comunità intera e che continuano inesorabilmente a creare malessere, tensioni e problemi sempre più gravi e fuori controllo. Questo il vero problema sul quale hanno voluto focalizzare l’attenzione i cartelloni balairatt. Cartelloni peraltro, a detta della maggioranza, non solo simpatici ma anche molto azzeccati e originali: forse questo è il punto dal quale partire per capire certe reazioni stizzite e sopra le righe. Ma il limite della satira politica, come sappiamo, sta solo nell’intelligenza di coloro che, dell’indignazione, ne han fatto un’arte opportunistica e strumentale. Come onestamente pensare infatti che vi possa essere azione politica senza divergenze e punti di vista contrapposti, senza accogliere il fatto che il pluralismo di una società libera e democratica si fonda sul riconoscimento e l’accettazione del conflitto dialettico sul piano del pensiero, delle idee e delle loro declinazioni nella realtà concreta e nella prassi. Conflitto e diversità che rappresentano il soffio vitale della libertà e della crescita sociale, civile e culturale di un Paese. Cerchiamo quindi di non livellare ed appiattire tutto ciò con il qualunquismo di maniera e con ideologie au
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