
L’accordo, recentemente raggiunto dal Dipartimento dell’educazione con i rappresentanti della Chiesa cattolica e della Chiesa evangelica riformata, di dare avvio a una sperimentazione nella prospettiva di rendere obbligatorio l’insegnamento religioso scolastico, mi sembra di principio interessante. È in sostanza previsto che in alcune sedi di terza e quarta media vengano messi a confronto due modelli organizzativi: nel primo caso si potrà optare fra un corso offerto dalle Chiese come sino ad ora e un nuovo corso di “storia delle religioni” gestito dallo Stato; nel secondo caso sarà a disposizione il solo corso “statale” (alternativa quest’ultima invero poco comprensibile, benché le valutazioni finali riguarderanno anche un terzo modello, ossia quello attuale con corsi offerti dalle sole Chiese). Certo occorrerà ancora chinarsi sugli aspetti concreti ed in particolare sui contenuti dell’insegnamento gestito dal Cantone, soprattutto per quanto riguarda la scelta dei docenti, i programmi, i libri di testo e gli obiettivi da raggiungere, ma la decisione recentemente annunciata sembra comunque avere alcuni pregi. Il primo è quello di essere riuscita, seppur nel ristretto ambito di una sperimentazione, a trovare una soluzione condivisa, che permette di superare in larga misura le contrapposizioni emerse sia durante la consultazione, sia all’interno della Commissione del Consiglio di Stato, addirittura con la presentazione di tre differenti rapporti. Vi è poi un’apertura verso un’impostazione che assicuri a tutti gli allievi sufficienti conoscenze della dimensione religiosa. Occorre al riguardo considerare come l’insegnamento impartito dalle Chiese rivesta carattere facoltativo, dovendo rispettare il precetto costituzionale della libertà di credo e di coscienza. Con grande facilità è quindi possibile auto-esentarsi dall’ora di religione, tant’è che ultimamente la percentuale di chi non si iscrive ai corsi, soprattutto a partire dal secondo biennio di scuola media, aumenta in modo piuttosto preoccupante. I motivi sono diversi e vanno per lo più ricercati sia nella crescente multiculturalità della nostra società, sia negli orari impossibili in cui i corsi vengono offerti, sia ancora in scelte di pura pigrizia. Qualcuno potrebbe persino cadere nell’equivoco di pensare che, trattandosi di insegnamento opzionale, anche la conoscenza del fatto religioso sia qualcosa di facoltativo, cui è possibile rinunciare. Ciò anche poiché oggi l’alternativa all’ora di religione è semplicemente il nulla. Mi sembra pertanto interessante sperimentare soprattutto un modello che estenda l’offerta attuale, affiancando ai corsi gestiti dalle Chiese anche una lezione di “storia delle religioni” impartita dallo Stato. Ognuno potrà scegliere quale corso seguire, però tutti ne dovranno frequentare almeno uno. L’introduzione di un’ora di religione obbligatoria costituirebbe del resto anche un ulteriore strumento per tentare di contrastare quell’emergenza educativa che sempre più dilaga fra i nostri giovani. Far conoscere in particolare la religione cristiana, significa nel contempo far comprendere meglio la nostra cultura e i valori ad essa legati, quali il rispetto della persona e della vita umana, la solidarietà, la tolleranza e la giustizia. Tutti valori universali che stanno alla base di una civile convivenza. Certo una migliore educazione e trasmissione di valori positivi ai nostri giovani non può essere affidata alla sola ora di religione, ma occorre in particolare anche prevedere maggiori contenuti di etica e di civica nei programmi scolastici, così come fare in modo che le ulteriori istanze educative, a cominciare dalle famiglie, siano effettivamente poste in condizione di svolgere correttamente i compiti loro affidati. Più in generale bisognerà insomma costruire una nuova alleanza educativa fra scuola, famiglie e altre componenti della società. La frequenza nelle nostre scuole di almeno un corso di religione può comunque costituire un importante tassello
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