
Preoccupano gli ultimi dati diffusi relativi alla disoccupazione in Ticino, complice l’attuale fase di stagnante crisi economica. Il nostro cantone attesta uno fra i tassi di disoccupazione più alti in Svizzera, il 5%, e registra annualmente fra i 5000 e i 6000 disoccupati, un numero considerevole di persone alla ricerca di un impiego, con spesso situazioni di grave disagio economico-esistenziale alle spalle. Queste cifre impongono serie riflessioni e chiedono di affrontare il problema di petto. Non è un mistero – e le numerose indagini demoscopiche lo confermano – che il lavoro è la principale delle preoccupazioni di ogni cittadino. Avere un lavoro significa procurarsi il necessario per vivere in maniera dignitosa e realizzare così le proprie aspirazioni e la propria vita. Chi ha un impiego è autonomo ed indipendente, è in grado di fare da solo le sue scelte senza dipendere dagli altri e dover far capo ad aiuti statali ed assistenziali. La creazione e la moltiplicazione di posti di lavoro, garantendo le migliori condizioni quadro possibili affinché ciò possa realizzarsi, deve costituire l’obiettivo prioritario dell’odierna politica cantonale. Questo traguardo passa innanzitutto attraverso il recupero dell’attrattività della nostra piazza economico-industriale-finanziaria. Recentemente a causa di vicissitudini di natura esogena, quali l’attacco diretto di alcune nazioni al segreto bancario e la messa in vigore del terzo scudo fiscale italiano, la nostra immagine di cassaforte sicura per capitali esteri, in banche in grado di offrire servizi efficienti e sicuri, è stata gravemente lesa. Questa nuova situazione rischia di penalizzarci pesantemente, con possibili gravi ripercussioni sull’occupazione nel settore bancario. Esso rappresenta per il Ticino circa il 25% del prodotto interno lordo ed occupa stabilmente oltre 8’000 impiegati in ben 75 istituti di credito. Cifre eloquenti che rendono bene l’idea dell’indotto generato. Tutti gli attori in gioco, dalle banche agli ambienti economici, dalle autorità cantonali a quelle federali, devono attivarsi velocemente per far quadrato intorno a questo settore vitale dell’economia cantonale e al fine di adottare misure più incisive per garantire il mantenimento di questi posti di lavoro. Senza dimenticare l’industria con le sue oltre 400 aziende che danno lavoro a più di 25’000 persone. Occorre assolutamente dar vita a nuove prospettive di mercato per incrementare più globalmente la nostra competitività territoriale. Attirare imprese ed attività con valore aggiunto, tramite una fiscalità accettabile e sfruttando le importanti sinergie oggi esistenti con gli istituti di ricerca (USI, SUPSI, Centro di calcolo, Istituto di ricerca in Biomedicina). Creare poli specializzati nelle varie regioni del Ticino che sono già naturalmente disposte ad ospitarli, da quello tecnologico a medico, dalla ricerca alla scienza, dalla cultura al turismo. Settori innovativi, chiamati a solide prestazioni di punta, che cooperano con altri territori e si articolano su politiche regionali, nazionali e globali. Le potenzialità di crescita dell’occupazione non possono venir disgiunte dal grado formativo e qualitativo conseguito dal personale a disposizione sulla piazza. Meglio formato è, ad ogni livello, e maggiori sono le possibilità di essere inserito con successo nel mercato del lavoro. Lo stato e il settore pubblico possono contribuire attivamente a queste dinamiche, con un’eccellente formazione appunto, ed attuando una mirata sburocratizzazione che possa incoraggiare e non ostacolare la libertà imprenditoriale. Un energico calo della disoccupazione e il pieno impiego non rappresentano certo chimere irraggiungibili se sapremo innovare economicamente e con regolarità il cantone e creare benessere e ricchezza producendo del valore aggiunto. Roberto Badaracco, Capogruppo PLR CC Lugano e candidato presidenza cantonale PLR
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