
Vivere e lavorare in una regione periferica del Ticino significa confrontarsi ogni giorno con difficoltà strutturali che incidono direttamente sulla competitività e sulla continuità delle attività economiche. Il tessuto economico delle nostre valli è composto in larga misura da piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare. Proprio per questo l’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora!» desta forte preoccupazione: il maggiore carico burocratico e i costi aggiuntivi rischiano di colpire chi già oggi fatica a restare sul mercato.
Nelle microimprese non esistono grandi strutture amministrative o uffici delle risorse umane. Il titolare è spesso anche contabile, tecnico e venditore. Imporre l’obbligo di notificare ogni contratto, ogni modifica e ogni scioglimento significa sottrarre tempo prezioso al lavoro vero: alla produzione, ai clienti, alla continuità dell’attività. Un tempo che qui semplicemente non c’è, e ogni costo in più pesa il doppio.
L’iniziativa comporta inoltre spese ingenti per lo Stato: oltre 160 nuovi ispettori e più di 18 milioni di franchi all’anno. Risorse che inevitabilmente si tradurranno in nuove tasse o contributi, colpendo anche le realtà più piccole e geograficamente isolate, che non hanno alcun margine per assorbire ulteriori oneri.
Il rischio è chiaro: aziende che rallentano, rinunciano a investire o addirittura chiudono. E quando un’azienda chiude in periferia, non sparisce solo un posto di lavoro: viene meno un servizio, aumentano gli spostamenti, una famiglia se ne va. È il territorio che si svuota.
Dietro slogan accattivanti, questa iniziativa non migliora i salari e non porta benefici concreti ai lavoratori. Nelle nostre valli, dove il tessuto economico è fragile, non possiamo permetterci nuova burocrazia inutile, che per di più non raggiunge gli obiettivi dichiarati.
Se vogliamo davvero proteggere l’occupazione nelle zone periferiche del Cantone, il prossimo 8 marzo dobbiamo votare no. Questa iniziativa va respinta.
Alessandro Corti, deputato in GC (Il Centro)

