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Nenad Stojanovic: Ecco da dove proviene il nostro carbone!
Redazione
15 anni fa

L’aspetto che mi ha disturbato più di tutti nel dibattito parlamentare sulla partecipazione dell’Azienda elettrica ticinese (AET) alla centrale a carbone di Lünen era il disinteresse totale dei suoi vertici sulle condizioni dei lavoratori che, per i nostri bisogni, saranno chiamati ad estrarre il carbone dalle miniere della Colombia. L’allora direttore Brunnet ha infatti testualmente dichiarato in Commissione Energia che “non spetta a AET decidere se questa scelta [di far capo a miniere extra-europee] sia buona o non”. Successivamente, confrontanti con problemi che riguardano lo sfruttamento dei minori in alcune delle miniere dove verrà estratto il carbone per la centrale di Lünen, fra cui quelle della compagnia colombiana Cerrejón, i vertici di AET hanno cominciato ad interessarsi della problematica. Ma ciò non ha modificato l’impostazione di fondo a favore del carbone. Lavoro minorile e diritti umani? Nessun problema, siccome “nella homepage di questa miniera viene sottolineato il rispetto per i diritti umani, con un banner dedicato proprio a questo argomento”, sostenevano quelli di AET. È palese che questo atteggiamento, superficiale e anche un po’ cinico, non può dissipare i seri dubbi circa il rispetto dei diritti umani nelle miniere di carbone cui farà capo la centrale di Lünen. Nell’attuale dibattito in vista della votazione del 5 giugno 2011, i difensori del controprogetto (e fra essi, ahimè, anche alcuni sindacalisti) si difendono da questa critica affermando che le imprese come la Cerrejón partecipano al programma “Global Compact” delle Nazioni Unite che fissa degli standard di sostenibilità e di rispetto dei diritti dei lavoratori. Sono quindi andato a vedere se l’impresa Cerrejón figura nel sito Internet di Global Compact. Vi si trova in effetti un rapporto del 2010 redatto da quest’impresa (http://www.unglobalcompact.org/COPs/detail/7645). Ma leggiamo anche che l’ufficio ONU per Global Compact non porta alcuna responsabilità quanto ai contenuti di tale rapporto e “qualsiasi altra comunicazione relativa ai principi di Global Compact e alla loro attuazione” (nostra traduzione dall’inglese). Questo perché “l’impresa stessa è responsabile di tali contenuti”! Dobbiamo fidarci? Penso di no. Sarebbe come se le ditte responsabili degli abusi nel cantiere del futuro polo culturale di Lugano (“LAC”) avessero auto-certificato che rispettano gli accordi circa i salari minimi e i nostri sindacati avessero detto “va bene, ci fidiamo, non effettuiamo controlli”. Se un sindacalista ticinese dicesse una cosa del genere potrebbe chiudere subito il suo ufficio perché vorrebbe dire che non ha capito in che cosa consista il suo lavoro. Non mi è chiaro per quale motivo il medesimo principio non debba valere se un sindacalista segue ciecamente (e persino loda!) quanto un’impresa colombiana dichiara su se stessa. No, non possiamo fidarci. Ecco cosa si legge, a proposito dell’impresa Correjon, sul sito del Centro di Documentazione Conflitti, un organizzazione non governativa italiana che indaga, studia e divulga le cause e le conseguenze dei conflitti generati dallo sfruttamento delle risorse naturali e dei beni comuni nei Sud del Mondo (http://www.cdca.it/spip.php?article20): “Il progetto di estrazione mineraria del Cerrejon ha causato gravissimi danni ambientali e un forte impatto sociale sul popolo indigeno Wayùu,che abita la penisola della Guajira: • espropriazione arbitraria di terre alle comunità wayùu residenti nella zona; • contaminazione delle falde acquifere, delle acque superficiali e dei terreni; • maggior incidenza di malattie nelle comunità che vivono nelle adiacenze della miniera (malattie respiratorie, cutanee, infermità intestinali, infiammazioni agli occhi ecc.); • contaminazione delle coltivazioni di sussistenza; • sensibile aumento del numero di suicidi all’interno delle comunità colpite; • limitazioni alla libertà di movimento dei membri delle comunità; • violazione dei

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