
Attorno alla cosiddetta «tassa sulla salute» italiana e alla sospensione cautelativa del versamento di una parte dei ristorni da parte del Canton Ticino si è scritto e detto molto in queste ultime settimane. È utile richiamare alcuni elementi semplici e basilari che ruotano attorno a questo tema per evitare facili speculazioni e letture distorte. Punto primo: la legittimità o meno d’introdurre la «tassa sulla salute» in Italia è e resterà un tema interno alla politica italiana. Non sarà il Ticino, anche perché non ne avrebbe formalmente la facoltà, a poter sindacare su questo punto. Saranno verosimilmente i tribunali italiani a doversi pronunciare a seguito dei preannunciati ricorsi che saranno inoltrati in Italia.
Punto secondo: l’introduzione della «tassa sulla salute» solleva un tema che non riguarda solo la politica e il diritto interno italiano, ma anche i rapporti fra due nazioni. L’accordo internazionale fra Svizzera e Italia legato all’imposizione dei frontalieri prevede che non vi sia una doppia imposizione. Questo significa che la Svizzera impone fiscalmente i cosiddetti vecchi frontalieri in modo esclusivo e riversa il 40% di quanto prelevato all’Italia. Quest’ultima non può quindi imporre fiscalmente una seconda volta i lavoratori. Qualora ciò avvenisse vi sarebbe una violazione dell’accordo e di conseguenza sarebbe lecito rimettere in discussione i suoi contenuti. Nel caso concreto, se la «tassa sulla salute» fosse considerata un’imposta come sostenuto dalla perizia fatta eseguire dal Consiglio di Stato, saremmo in presenza di una doppia imposizione e quindi di una violazione dell’accordo internazionale da parte dell’Italia. Il Ticino sarebbe quindi più che legittimato a richiedere una revisione dei flussi finanziari fra il Ticino e l’Italia. Non parliamo di importi marginali, ma di cifre che negli ultimi anni superano stabilmente i 100 milioni di franchi annui. Come ricordato recentemente dal Prof. Marco Bernasconi, vi sono delle ragioni ben precise che storicamente hanno determinato l’elevata percentuale del 40% riconosciuta all’Italia per il calcolo dei ristorni. Oggi siamo in presenza di nuovi elementi che legittimamente pongono un tema di natura finanziaria.
Fulvio Pelli, attento conoscitore della politica federale, in una sua recente intervista ha ricordato come il Ticino disponga oggi di un unico mezzo per contestare con forza ed efficacia quanto sta succedendo, quello del versamento dei ristorni. Questo mezzo è stato utilizzato dal Consiglio di Stato con la sospensione cautelativa del versamento di una cinquantina di milioni di franchi, formalmente comunicato a Berna evidenziando nel contempo come la «tassa sulla salute» rappresenti una doppia imposizione in contraddizione con lʼaccordo recentemente firmato.
Riassumendo: l’introduzione o meno della «tassa sulla salute» in Italia è un tema di politica interna italiana. Il Ticino non può e non vuole interferire su questo aspetto. La sua applicazione ha però dei risvolti internazionali di natura finanziaria che non possono essere ignorati. Ed è su questo punto che il Ticino deve intervenire con determinazione a tutela dei propri interessi. L’implementazione di questa nuova imposta in Italia legittima la messa in discussione di una parte del flusso finanziario che ogni anno dal Ticino prende la direzione dell’Italia. Questo può avvenire attraverso una modifica dei parametri che oggi regolano il calcolo di questo flusso o, qualora la Svizzera non volesse agire in questa direzione, attraverso una soluzione interna con un accordo politico di natura finanziaria fra il Ticino e Berna. Maggiori sono le risorse che rimangono sul suolo ticinese, maggiori sono le disponibilità che rimangono a favore dei nostri cittadini. Questa semplice equazione dovrebbe spingere più attori, indipendentemente dal loro credo politico, a sostenere con determinazione le rivendicazioni del Consiglio di Stato a favore del Canton Ticino. La decisione unanime sulla sospensione cautelativa del versamento di una parte dei ristorni permette innanzitutto di far sedere al tavolo della discussione tutte le parti interessate a una soluzione evitando l’indifferenza attorno a questo importante tema.
Christian Vitta, consigliere di Stato

