
In queste settimane ho incontrato molte persone preoccupate per la situazione ticinese. Il rafforzamento del franco, la firma degli accordi con l’Italia e le varie novità legislative che segnano la fine di un’epoca per la nostra piazza finanziaria, i numerosi segnali di difficoltà delle nostre aziende. Sono solo alcuni degli indicatori che ci mettono di fronte ad una realtà: «una fase è finita», o «la festa è finita», come è già stato detto e scritto. Sono in ogni caso convinta che abbiamo le risorse per uscire rafforzati da questa crisi ma ad una condizione: toglierci i paraocchi e lavorare uniti. Mai come oggi abbiamo bisogno di flessibilità e di compromessi, mai come oggi non troviamo né gli uni né gli altri.
Nei momenti difficili dobbiamo cercare punti fissi dai quali provare a ripartire. Anzitutto, la politica deve dimostrare di sapere valutare la situazione, discutere, cercare soluzioni, decidere e rapidamente realizzare. Purtroppo, da anni, la politica ticinese è bloccata. La discussione è spesso impedita da posizioni predefinite, da pregiudizi riassunti in frasi che chi ha frequentato i corsi di problem solving, mi insegna vengano definite «frasi killer». Alcune le conosciamo da tempo: non è di nostra competenza; buona idea ma non è per noi; abbiamo sempre fatto così; ti immagini quanto lavoro si dovrà fare, e via elencando. Altre le abbiamo imparate soprattutto negli ultimi anni: non si può fare; non abbiamo la base legale. Nelle ultime settimane se ne sono aggiunte alcune: mettiamo in pratica il 9 febbraio; prima i nostri; salviamo il lavoro; basta con il dumping salariale; sì che si può.
In ciascuna di queste frasi c’è un fondo di verità, ma nessuna è una soluzione. Inoltre, ammonisce Georg Bernard Shaw, «per ogni problema complesso c’è una soluzione semplice, che è sbagliata». Soprattutto però, queste posizioni dividono fra «noi» e «loro», allontanando o annacquando all’eccesso le soluzioni. Mettiamoci allora al lavoro, in modo pragmatico. Togliamoci dalle posizioni predefinite o della false certezze e proviamo a guardare la realtà riconoscendo la bontà di diversi punti di vista e l’assenza di rimedi miracolosi: solo così potremo aumentare la possibilità di trovare buone soluzioni.Penso prima di tutto al lavoro, terreno di incertezze e di preoccupazioni per i meno giovani e per i giovanissimi, per gli uomini e ancor più per le donne. Anche in questo settore, la ricerca di soluzioni è in parte bloccata da alcune caricature, come quella dei “padroni egoisti” o dei “frontalieri rubaposto”. Ricordiamoci che la maggior parte dei quasi 230'000 posti di lavoro in Ticino sono garantiti da aziende private: nel 2012 erano almeno 30'000 delle quali solo meno di 500 con 50 o più collaboratori. La stragrande maggioranza sono realtà con meno di 10 dipendenti a tempo pieno. In queste, ma anche nella maggioranza delle altre ditte, datore di lavoro, dirigenti e collaboratori lavorano fianco a fianco con la stessa preoccupazione: assicurare il futuro dell’azienda, dei posti di lavoro e dei salari. Certo, ci sono brutte eccezioni, ma molti di più sono i buoni esempi.
Se togliamo i paraocchi, vediamo che per poter pagare salari adeguati, le aziende devono avere margini sufficienti tra costi e ricavi e capiremo che di fronte a clienti che impongono una riduzione del prezzo (anche a seguito del valore del franco) diventa irrinunciabile avere in azienda le migliori competenze (nel sapere fare ma anche nel saper essere) e cercare insieme una soluzione che permetta di fare tornare i conti.
Compito dello Stato, e non è certo poco, è garantire le migliori condizioni quadro per permettere alle aziende di lavorare e far lavorare. Responsabilità anzitutto delle parti sociali è negoziare salari equi. Per permettere di produrre, stare sul mercato e avere margini sufficienti, bisogna intervenire sulla pressione fiscale e sui costi connessi agli adempimenti amministrativi. Non frasi fatte, dunque, né frasi killer, ma tanto impegno da parte di tutti. Solo così potremo dare una risposta alle attese delle ticinesi e dei ticinesi, bisognosi di fatti.
Natalia Ferrara Micocci, avvocato, candidata PLRT al Consiglio di Stato
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