
Nel 2012, nel solo Afganistan ci sono state 2'754 vittime civili, poche settimane fa sono morti 11 bambini a causa dell’attacco di un Drone statunitense. Numeri, statistiche; dire che sono morti il 56 % di bambini in meno dell’anno precedente non fa notizia, non dice niente a nessuno. In Afganistan succedono cose atroci, negli Stati Uniti anche. Se uno dei bambini Afgani si chiamasse Fahran Parviza o Irman Phardari, se sia morto a Kandahar, Herat o Mazar i Sharif, che differenza fa? Se i bambini morti in Afganistan stessero giocando a Buzul Bazi o se sono stati uccisi mentre stavano correndo per strada non lo so. Che differenza fa? Sono morti, erano ragazzi Afgani. Dari? Farsi? Pashtu? Persiani? Non lo so. Erano bambini di serie B. Sui media la loro foto non è circolata, ma si è vista più volte la foto di Martin, morto a Boston, un ragazzo come tanti. Nessun bambino, mai, dovrebbe morire così. Due mondi, due modi di vedere (o non vedere) delle vittime innocenti. La disperazione dei genitori, dei parenti, degli amici, è la stessa. Mi sono tornate alla mente immagini di gente che vive in un mondo provvisorio, tra guerra e terrore, senza sapere come sarà il proprio domani. Mamme che se possono cercano di far scappare i propri bambini dal proprio paese. Non arrivano a essere richiedenti d’asilo in Svizzera, la loro avventura spesso termina molto prima. Sarebbero i richiedenti più rispettosi delle nostre leggi, ma non arrivano. Qui arrivano altri “richiedenti” d’asilo, quelli che delle nostre leggi se ne fregano, non hanno motivo di rispettarle, nessuno glie le fa rispettare, si chiama tolleranza, ma è stupidità. Ricordo occhi che ti osservano senza farti capire se ti guardano con simpatia, indifferenza, disprezzo, oppure con odio. Poi all’improvviso gli occhi neri di un giovane, ti dicono “non so se lo meriti, ma voglio avere fiducia in te”. Occhi che ti fanno capire che stiamo sbagliando tutto con il nostro modo di voler fare del bene, con la nostra arrogante superiorità. Con l’îdea di aiutare contribuiamo a distruggere valori, tradizioni, modi di vita che non vogliamo comprendere e raramente siamo in grado di capire. Eppure, quanti miliardi (Euro, Dollari, fa lo stesso) sono stati spesi per ottenere, cosa in fatto di sicurezza? Si eviterà, sì, qualche attentato, qualche bomba, speriamo. Ma non si cambierà quello che sente nella pancia chi si sente giustificato nella sua guerra agli infedeli. Se un presidente premio Nobel per la pace autorizza l’assassinio di Stato (Bin Laden, ammazzato senza processo, chissà perché?), se verso l’attentatore di Boston catturato (Dzhokar Tsanaev) vengono sospesi i diritti costituzionali, com’è possibile essere credibili presso persone che hanno visto soldati “liberatori” pisciare sul Corano? Se la “nostra” giustizia è questa, perché meravigliarci? Se per noi gli attentatori sono stati “indottrinati”, per loro, almeno in parte, è stata “presa di coscienza”. Il terrorismo sarà stato appena scalfito. Le ferite invece, quelle resteranno. Resterà il terreno fertile che ha fatto crescere, invece che ragazzi che giocano in strada e giovani che sanno ascoltare musica e ballare, ragazzi indottrinati a combattere tutti gli infedeli, pronti a sacrificarsi per il paradiso portando una bomba sotto la camicia. Eppure il terrorismo si può e si deve combattere, comprendendo valori diversi senza volerli cambiare, difendendo valori che sono nostri con convinzione, non strappando le croci dalle pareti delle scuole, ma aprendo il cuore. Cercando di capire quali siano le cause del terrorismo, non confondendole con gli effetti. Khoda Negahdhar (addio) piccolo Fahran, che Dio ti accolga nel suo paradiso con tutti i tuoi amici ammazzati da un drone, come sono sicuro abbia accolto il piccolo Martin e le povere vittime dell’attentato di Boston. Nadir Sutter
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